Arte e neuroscienze: la bellezza a portata di mente

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Arte e neuroscienze: la bellezza a portata di mente
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Redazione

Quale apporto le neuroscienze possono dare all’arte in quanto strumento di conoscenza della natura umana? Quale contributo invece l’arte rappresenta per le neuroscienze? Marta Pizzolante con precisione e chiarezza ci aiuta a capire questo intimo e reciproco legame.

Arte e scienza vanno a braccetto

Arte e neuroscienze: un terreno florido di scoperte da ormai qualche decennio a questa parte. Due discipline che sembrano andare davvero a braccetto, più di quanto si pensasse o meglio, più di quanto ci si aspettasse: il crescente numero di pubblicazioni, scientifiche e non, che tentano di investigare il legame che intercorre tra il cervello e la percezione estetica, da parte di ricercatori, scienziati, neuroscienziati e perfino artisti ha prodotto una quantità esponenziale di risultati interessanti.

L’avanzamento delle tecniche e dei modi di approcciarsi alla ricerca non ha però spostato il focus da una domanda essenziale, almeno dal punto di vista della scienza: quanto saperne di più sulla percezione estetica, su come l’essere umano percepisce il bello che ha attorno, soprattutto e particolarmente nei momenti difficili -l’occasione pandemica che tutti abbiamo vissuto e stiamo vivendo recentemente può rappresentarne un esempio – può aiutarci a comprendere come funziona il cervello umano? La domanda che invece si pone, chi si approccia in modo più naive alla questione estetica, i non addetti ai lavori, è: “Cosa può succedere quando guardiamo un’opera d’arte?”

il “potere” dell’arte sotto la lente della scienza

Ogni giorno, milioni di persone in tutto il mondo incontrano opere d’arte. In un museo, nel centro città o sul web, l’arte è una parte onnipresente ed essenziale della vita umana. Le istituzioni assegnano quantità sostanziali del proprio tempo, fondi e dei propri spazi, alla pratica e alla presentazione artistica. Le persone fanno di tutto per andare a vedere dipinti famosi o famigerate esibizioni artistiche. Ricerchiamo l’arte all’interno della nostra quotidianità, delle nostre case, mentre visitiamo luoghi sconosciuti e mentre percorriamo strade che invece pensiamo di conoscere bene; l’abitudine infatti, per l’occhio umano, non è una scusa per sottrarsi all’esperienza estetica, anzi, ricercare dettagli e particolari nuovi in uno scenario abituale è una caratteristica innata dell’uomo, che, fin da bambino, è attratto curiosamente dal bello e dopo averne goduto, si concentra sulla ricerca di qualcosa che può catturare nuovamente la sua attenzione e mantenerla su livelli elevati.  L’arte è quindi una componente determinante della società, della cultura e della specie umana stessa. Studiare e investigare questa relazione degli esseri umani con l’arte è quindi dovere e piacere delle discipline scientifiche e soprattutto di due in particolare: psicologia e neuroscienze. L’esperienza estetica è infatti contemporaneamente un’esperienza psicologica che può generare una miriade di emozioni e un processo che può essere indagato con rigore e oggettività scientifica. Essa può evocare associazioni personali, causare diverse percezioni, valutazioni e risposte fisiologiche. L’arte può anche portare a nuove idee. Può cambiare le concezioni e risuonare con l’umore o la personalità dello spettatore. Può evocare emozioni contrastanti, antipatia e confusione, bellezza o spiacevolezza, eccitazione o delusione, mentre le reazioni – positive o negative, banali o profonde – possono differire notevolmente tra due individui, due ambienti; o può persino cambiare per un singolo spettatore, all’interno della stessa esperienza. Comprendere questo multiforme “potere” dell’arte, le svariate modalità in cui essa può influenzare gli spettatori, rappresenta un nodo chiave per le scienze in generale e in particolare, le neuroscienze.

la percezione visiva

L’esperienza estetica fu tra i primi oggetti di ricerca di uno dei primi “neuroscienziati” della storia Gustav Teodor Fechner, psicologo e fondatore della psicofisica, dopo aver introdotto la psicologia sperimentale come scienza, si dedicò allo studio della percezione visiva, in particolare a causa dei suoi molteplici impatti sull’esperienza umana. Oggi, ancora di più, al di là della visione e del giudizio di base, lo studio dell’esperienza estetica si concentra e distingue per la sua miscela unica dei processi che contribuiscono all’affiorare della stessa: processi “dal basso verso l’alto” (bottom-up) e “dall’alto verso il basso” (top-down).  I processi bottom-up si riferiscono ad esempio alle caratteristiche visive dell’opera d’arte quali l’illuminazione, la dinamicità o la simmetria: quindi, a seconda di queste caratteristiche, lo sguardo dell’osservatore si concentrerà prima su certi elementi piuttosto che su altri e questo influenzerà completamente l’esperienza estetica dell’elaborato. I processi top-down riguardano fattori personali o le caratteristiche dello spettatore, inclusi il background culturale, il suo grado di istruzione, e lo stato emotivo in cui egli versa.

simulazione incarnata

Oltre all’indagine di quanto ciascuno di questi fattori ricerca sia essenziale o meno all’affiorare dell’esperienza percettiva a contatto con il bello, la ricerca neuroestetica ha messo in luce che i modi in cui entriamo in empatia con gli altri, la nostra capacità di dare un senso alle azioni, emozioni e sensazioni degli altri – è affine al modo in cui entriamo in empatia con un’opera d’arte. Questo processo dipende da un meccanismo funzionale denominato dei “neuroni specchio” attraverso il quale le azioni, emozioni o sensazioni che vediamo attivano le nostre rappresentazioni interne degli stati corporei che sono associati a questi stati sociali, come se noi stessi fossimo impegnati in un’azione simile o provassimo un’emozione o sensazione affine. Entrare in empatia con un’opera d’arte o con una persona per il nostro cervello, sembrerebbe quindi essere più o meno la stessa cosa: coinvolge gli stessi network cerebrali, gli stessi meccanismi funzionali e le stesse dinamiche neurali.

Ma qual è il fine ultimo di questi studi, ovvero per cosa essenzialmente ci sono utili? Oltre a capirne di più, come spiegato all’inizio, sul funzionamento del cervello umano, le applicazioni e i risvolti applicativi di queste scoperte sono infinite.

come presentare l’arte oggi

Le esibizioni artistiche, infatti, soprattutto al giorno d’oggi, sono sottoposte a sfide particolari sia per la complessità dei tempi che stiamo vivendo sia per la loro comprensione e valutazione da parte dello spettatore. L’impossibilità di recarsi di persona a visitare gli spazi museali, per le stringenti restrizioni dovute alla pandemia da COVID-19, ha obbligato gli stessi musei a proporre soluzioni alternative, spesso coinvolgendo l’osservatore in percorsi virtuali a distanza.  L’evoluzione verso i media immersivi – realtà virtuale e aumentata – sta ulteriormente accelerando la Digital Transformation dell’arte e dei musei, abilitando modalità di fruizione innovative, iniziative di nuova concezione come le mostre virtuali senza opere fisiche, esperienze altamente coinvolgenti per il pubblico. Dall’altro lato, proprio perché tali percorsi spesso si rivolgono a un pubblico che non è addetto ai lavori, possono scoraggiare le valutazioni tradizionali dell’osservatore che implicano un qualche tipo di giudizio edonico (“è un’opera bella o piacevole”) o identificazione mimetica (“è un’immagine di” X “”).  Anzi, richiedono che il visitatore consideri la giustapposizione di parametri spaziali ed artistici, diversi rispetto ad un’esperienza reale, che si riflette sulle emozioni, sensazioni corporee, nonché sull’ambiguità o confusione rispetto a tali risposte. Si sostiene, infatti, che questi aspetti siano centrali per le opere d’arte e punti chiave per l’esperienza estetica. 

Questo pone anche una sfida per i direttori di musei, così come per gli artisti, volta ad una migliore comprensione di come e perché le persone reagiscono alle opere d’arte e richiede l’introduzione di soluzioni concrete, educative o curatoriali, ben precise.  Non si tratta solo di trovare soluzioni tecnologiche o sviluppare iniziative isolate: è fondamentale elaborare strategie integrate di approccio alla cultura digitale. Il compito della scienza estetica, quindi, ha anche numerose ricadute pratiche: essa si sta impegnando sia nello sviluppo di linee guida chiare su come massimizzare l’impatto dell’esperienza estetica sulla comprensione del prodotto artistico, sia sulle ricadute in termini di benessere individuale e sociale che essa apporta.

LEtture

  1. Vilayanur S. Ramachandran – Che cosa sappiamo della mente? (Mondadori, 2004)
  2. Semir Zeki – La visione dall’interno. Arte e cervello (Bollati Boringhieri, 2007)
  3. Lamberto Maffei, Adriana Fiorentini – Arte e cervello (Zanichelli, 2008)
  4. Gustav T. Fechner – Il libretto della vita dopo la morte (Adelphi, 2014)
  5. Pier Luigi Capucci – Realtà del virtuale. Rappresentazioni tecnologiche, comunicazione, arte (Noema, 2017)

Autore

Marta Pizzolante

Tricase (Le), 1997. Laureata in Psicologia presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. Specializzanda in Neuroscienze Cognitive, conduce la sua ricerca in ambito neuroestetico, studiando il rapporto tra arte, scienza e nuove tecnologie. Scrive per alcune testate giornalistiche di settore come ARTRIBUNE e ArtsLife.

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Biografia

Marta Pizzolante

Tricase (Le), 1997. Laureata in Psicologia presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. Specializzanda in Neuroscienze Cognitive, conduce la sua ricerca in ambito neuroestetico, studiando il rapporto tra arte, scienza e nuove tecnologie. Scrive per alcune testate giornalistiche di settore come ARTRIBUNE e ArtsLife.

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