L’ontologia della conoscenza ordinaria (2) – Il rapporto con la conoscenza scientifica

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L’ontologia della conoscenza ordinaria (2) – Il rapporto con la conoscenza scientifica
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Redazione

Paolo Piccari è Professore Associato presso l’Università degli studi di Siena. Svolge la sua attività didattica nella sede di Arezzo occupandosi anche di filosofia del linguaggio e filosofia della mente. Proponiamo di seguito una sua pubblicazione accademica riguardante “la conoscenza ordinaria” che dividiamo in tre articoli per agevolare la lettura.

Pubblicato in Giornale di Metafisica, n.s., XXXV, 2013, pp. 355-371

La conoscenza ordinaria, come si è osservato, non è riducibile alla conoscenza biologica (riferita alla semplice sopravvivenza) non soltanto per le diverse condizioni che la rendono possibile, ma per l’ampiezza della sua articolazione determinata prevalentemente dalle modalità culturali tipiche di una comunità culturale complessa. Non c’è alcun dubbio che vi siano differenze evidenti tra la conoscenza ordinaria e quella scientifica; non vi è però accordo sulla natura del rapporto dell’una con l’altra: la seconda è una naturale evoluzione della prima, o tra le due forme di conoscenza c’è uno scarto così marcato da poter affermare che la conoscenza scientifica eccede la conoscenza ordinaria senza costituirne una naturale estensione? Emergono così due questioni fondamentali:

a) la differenza tra conoscenza scientifica e conoscenza ordinaria; b) le relazioni esistenti tra l’una e l’altra, con particolare riguardo al loro ambito e alla loro funzione conoscitiva.  La conoscenza ordinaria non è costituita unicamente dalle informazioni derivanti dall’esperienza, bensì anche da conoscenze di altri conspecifici che il singolo individuo assimila attraverso un processo di apprendimento: un processo che si è sviluppato in modo articolato a partire dalle prime conoscenze condivise da piccoli gruppi o da tribù sino alle attuali strutture scolastico educative. In tale prospettiva la conoscenza ordinaria risulta permeata anche dai risultati della ricerca scientifica, che sono spesso appresi attraverso le tradizionali agenzie educative e formative e che favoriscono anche modalità di pensare e di percepire utili per raccogliere in modo autonomo le informazioni derivanti dall’esperienza. Tale considerazione introduce apparentemente un elemento d’incoerenza nella nozione di conoscenza ordinaria finora indicata; in realtà, pur essendovi dal punto di vista epistemologico un’alterità costitutiva indubitabile tra conoscenza ordinaria e conoscenza scientifica, possono tuttavia coesistere tanto credenze basate esclusivamente sul fatto percettivo quanto conoscenze o visioni del mondo che derivano da teorie scientifiche.

Un individuo, per esempio, può ben conoscere la teoria eliocentrica e fare ricorso al contempo a espressioni linguistiche che rinviano invece alla concezione geocentrica, una delle teorie più note basate sulla conoscenza ordinaria: può cioè dire “il Sole è sorto” o “il Sole è calato”, pur essendo consapevole che è la Terra a compiere una rivoluzione intorno al Sole e non viceversa. Possono dunque coesistere rappresentazioni del mondo fondate sulla conoscenza ordinaria e rappresentazioni che derivano dall’elaborazione dei dati scientifici.

Per stabilire un confronto tra la conoscenza ordinaria e quella scientifica è opportuno rispondere a due domande: su cosa si fonda, in particolare, la conoscenza ordinaria? Quali sono le sue caratteristiche principali?

Si può ragionevolmente affermare che la conoscenza ordinaria si fonda sull’acquisizione e sull’elaborazione di dati percettivi, che soltanto in alcuni casi sono ordinati per formulare vere e proprie conoscenze articolate. Ciò è dipeso dal fatto che la conoscenza ordinaria è una conoscenza che si forma come raccolta di dati processati nella memoria a lungo termine allo scopo di fornire modelli per conoscere, interpretare e rappresentare l’ambiente circostante, nonché per giudicare azioni proprie e altrui o per comportarsi in uno specifico modo. La conoscenza ordinaria, inoltre, ha precisi limiti, che tuttavia non impediscono a essa di costituire uno strumento fondamentale non soltanto per conoscere il mondo, ma anche per conoscere se stessi, il proprio corpo e la propria mente. Essa, infatti, nonostante sia notevolmente diversa dalla conoscenza scientifica per metodologia e scopi, ne condivide tuttavia il riferimento gnoseologico al mondo, sebbene questo assuma diverse caratteristiche nell’una e nell’altra.

A questo punto è opportuno soffermarsi sul rapporto esistente tra i risultati dell’esperienza ordinaria e quelli ottenuti attraverso metodologie e strumenti scientifici. Nel caso di uno studio scientifico che deriva dall’osservazione e/o dalla sperimentazione si è sempre innanzi non a dati “bruti”, ma a costrutti strumentali, che sono insiemi di percezioni ed elaborazioni ottenute mediante le strumentazioni scientifiche che utilizzano non solo il corpo biologico, ma anche il corpo artificiale costituito dall’insieme delle strumentazioni stesse: si tratta, in altri termini, di un’estensione o di una sostituzione del corpo biologico come “macchina percettiva”. Con il termine ‘estensione’ ci si riferisce all’utilizzazione di strumenti che accrescono, potenziano e, in alcuni casi, sostituiscono la capacità percettiva biologica degli organi sensoriali di cui gli esseri umani sono dotati: per esempio, in astronomia si utilizza il telescopio, che costituisce un’estensione dell’organo della vista. Per quanto riguarda la ‘sostituzione’, invece, si fa riferimento a strumenti scientifici che non hanno una portata percettiva oppure sono percettivi, senza però costituire un’estensione degli organi sensoriali: è il caso, per esempio, dell’elettroscopio per accertare se un corpo è carico elettricamente o del sincrotrone per provocare l’accelerazione delle particelle a velocità prossime a quella della luce. In ambito scientifico il ruolo delle strumentazioni è fondamentale nella produzione e nella raccolta di dati osservativo-sperimentali, che in ogni caso dal corpo biologico possono non essere recepiti od esserlo soltanto in modo parziale o scorretto. Sostenere, per esempio, che i raggi delta sono percepibili appare implausibile se non si precisa che il corpo biologico è in grado di percepire dei segni che rappresentano la ‘percezione strumentale’ di ciò che chiamiamo i raggi delta in riferimento all’impiego del corpo biologico; analogamente una ricostruzione stereoscopica spaziale delle tracce di particelle elementari su fotografie di una camera a bolle1 scattate da angolazioni differenti sono in sostanza non segni da percepire, ma dati strumentali formulati tramite segnali che il corpo biologico è in grado di percepire.

In ogni caso, è opportuno osservare che non tutto ciò che la scienza “percepisce” è percepibile anche dagli organi sensoriali, perché senza il corpo artificiale è comunque impossibile ricevere un certo tipo di informazioni non percettive. Così senza i radiotelescopi, che sono specializzati nel rilevare onde radio emesse dalle varie radiosorgenti sparse per l’Universo, non si può “sentire”, o meglio vedere su grafico o sotto forma di dati numerici, “il muoversi delle galassie” e ricavare la “geografia” della nostra e delle altre galassie in modo molto accurato. È per questo che il mondo del percepito e del percepibile della conoscenza ordinaria è continuamente superato dall’informazione non percettiva, dal percepibile e dal percepito dalla strumentazione scientifica.

L’informazione ottenuta dagli strumenti “percettivi” della scienza (siano essi estensivi o sostitutivi dei nostri organi sensoriali) rappresenta un superamento di ciò che è percepibile attraverso l’esperienza ordinaria. Tale informazione può essere ottenuta nell’esperienza ordinaria se viene ridotta ai codici percettivi del corpo biologico attraverso un processo di codificazione conforme al suo ambito percettivo. Se, dunque, è vero che tutto ciò che è percepibile dal corpo artificiale può in ultima analisi essere riportato, mediante vari e complessi processi di codificazione, nell’ambito percettivo del corpo biologico, è altrettanto vero che quest’ultimo, senza l’ausilio del corpo artificiale costituito dalle strumentazioni scientifiche, non sarebbe in grado di accedere a un mondo che può diventare percepibile soltanto attraverso la strumentazione scientifica. La conoscenza scientifica, dunque, rappresenta un superamento di quella ordinaria allo scopo di conoscere “mondi percepibili” soltanto mediante il suo “corpo artificiale” e accessibili alla percezione del corpo biologico unicamente attraverso specifici processi di codificazione. Come ebbe a osservare Schlick, «il modo di pensare scientifico non è essenzialmente differente dal modo di pensare comune, ne costituisce solo uno stadio più alto. La conoscenza scientifica è una continuazione di quella pratica, di cui gli esseri umani hanno bisogno per esistere e vivere bene».

Note:

  1. La camera a bolle è un rivelatore di particelle subatomiche elettricamente cariche (ideato negli anni Cinquanta del secolo scorso da Donald A. Glaser), costituito da un recipiente riempito di un liquido trasparente (generalmente idrogeno liquido), in condizioni metastabili che, al passaggio della particella ionizzante, consentono la formazione di bolle lungo la traiettoria, con densità proporzionale alla perdita di energia della particella.

LEtture:

  1. M. Schlick, Forma e contenuto, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

Autore

Paolo Piccari

Roma, 1967. È professore associato nell'Università di Siena. Nel 2017 ha conseguito l'abilitazione a professore ordinario. Insegna Filosofia teoretica, Teoria dell’Argomentazione ed Etica e sostenibilità delle organizzazioni. Dirige (con Mariano Bianca) la collana «Oltre/Orizzonti di teoresi filosofica» (Mimesis) e le riviste «Anthropology & Philosophy» e «Arkete». È stato visiting scholar presso la Faculty of Philosophy della University of Oxford. Socio della SIFiT (Società Italiana di Filosofia Teoretica) e responsabile dell’Osservatorio Ethos - Etica pubblica, bioetica e responsabilità sociale, è membro del Presidio della Qualità dell'Università di Siena e del Comitato scientifico dell'Osservatorio Ethos della Luiss Business School. Tra le sue ultime pubblicazioni: Pensiero e realtà. Saggi filosofici (Mimesis 2018); Why Does What Exists Exist? Some Hypotheses on the Ultimate
"Why" Question? (ed. con M. Bianca, Cambridge Scholars 2021).

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Di Paolo Piccari

Biografia

Paolo Piccari

Roma, 1967. È professore associato nell'Università di Siena. Nel 2017 ha conseguito l'abilitazione a professore ordinario. Insegna Filosofia teoretica, Teoria dell’Argomentazione ed Etica e sostenibilità delle organizzazioni. Dirige (con Mariano Bianca) la collana «Oltre/Orizzonti di teoresi filosofica» (Mimesis) e le riviste «Anthropology & Philosophy» e «Arkete». È stato visiting scholar presso la Faculty of Philosophy della University of Oxford. Socio della SIFiT (Società Italiana di Filosofia Teoretica) e responsabile dell’Osservatorio Ethos - Etica pubblica, bioetica e responsabilità sociale, è membro del Presidio della Qualità dell'Università di Siena e del Comitato scientifico dell'Osservatorio Ethos della Luiss Business School. Tra le sue ultime pubblicazioni: Pensiero e realtà. Saggi filosofici (Mimesis 2018); Why Does What Exists Exist? Some Hypotheses on the Ultimate
"Why" Question? (ed. con M. Bianca, Cambridge Scholars 2021).

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