LA redazione colloquia con Francesco Faralli
GENESI DI “AFFOLLATA SOLITUDINE”

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LA redazione colloquia con Francesco Faralli
GENESI DI “AFFOLLATA SOLITUDINE”
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Redazione

Come poter raccontare un tema delicato come l’anoressia? Francesco Faralli ci porta dentro al lavoro preparatorio del suo cortometraggio “Affollata solitudine” mostrandoci alcuni aspetti di quello che è stato il processo creativo e facendoci comprendere come la sensibilità artistica sia uno strumento utile all’indagine degli aspetti profondi del complesso fenomeno umano.

Francesco grazie di condividere con noi alcuni aspetti del tuo lavoro “Affollata solitudine”. Tu sei un videomaker?

Mi sono diplomato nel 2002 all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine de L’Aquila, da allora lavoro nel campo audiovisivo. Realizzo documentari, cortometraggi, che si occupano tra l’altro di temi sociali e didattici, che hanno ottenuto riconoscimenti gratificanti, ho realizzato videoclip per alcuni musicisti, ma lavoro anche per aziende o istituzioni.

Come è nata l’idea di fare un video sull’anoressia?

“Affollata Solitudine” è un cortometraggio che ho realizzato nel 2009 per l’associazione “L’equilibrista”, una onlus aretina nata con lo scopo di aiutare chi soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare e di sensibilizzare su questo delicato argomento.

Venni contattato in virtù di alcuni video fatti per una scuola elementare di Arezzo. Laura – che faceva parte dell’associazione e li vide – propose la mia candidatura, dato che l’associazione aveva vinto un bando indetto dal CESVOT (Centro Servizi Volontariato Toscana) e avevano il finanziamento per realizzare un video.

La richiesta quindi era un video divulgativo, o meglio, una sorta di spot che informasse e coinvolgesse riguardo queste problematiche, problematiche di cui avevo una conoscenza estremamente superficiale.

Come ti sei preparato per affrontare questo tema delicato?

Il primo passo quindi fu documentarmi. La mia principale fonte fu il libro “Il peso della perfezione” un testo curato da Anna Bartolini e prodotto dall’Associazione che affrontava la questione raccogliendo varie testimonianze. Questi racconti in prima persona che trattavano senza orpelli la quotidianità di chi vive questi disagi (anche da parte dei genitori) sono stati decisamente illuminanti e mi hanno offerto la possibilità di capire molto meglio la prospettiva di chi – in un modo o in un altro – ne soffre.

A quel punto si presentava la questione principale: come raccontarlo in modo efficace con un progetto audiovisivo di breve durata?

Grazie Francesco di portarci dentro a questa fase, è a mio avviso molto interessante capire come un videomaker si pone difronte ad una nuova storia da raccontare.

Esclusa per vari motivi la strada dell’approccio documentaristico con testimonianze, restava l’opzione di un racconto finzionale.

Dal mio punto di vista un racconto audiovisivo è efficace se, oltre a inquadrare e presentare un argomento, genera anche una risposta emotiva nello spettatore.

Come raccontare la prospettiva di chi ha un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo?

Ho buttato giù varie idee, alcune delle quali viravano verso una rappresentazione più astratta ed allegorica del problema, altre che invece avevano una componente più realistica.

L’idea alla base del video effettivamente realizzato aveva il pregio di far coesistere entrambi gli approcci. Credo che la scintilla di partenza sia stata l’idea di come rappresentare una persona che ha una visione distorta di sé stessa. Guardarsi allo specchio e vedersi “deformata”.

Da qui è venuta l’idea degli specchi deformanti che sono al luna park.

Questa è una buona intuizione! Quello dell’anoressia è un argomento complesso che personalmente ho provato ad approfondire. Mi è capitato di leggere un lavoro di due scienziati italiani qualche anno fa che hanno proprio messo in evidenza come le persone anoressiche percepiscano il loro corpo in maniera diversa da come è.

Continua a raccontarci la fase di preparazione.

Partire da un gruppo di amici che va a divertirsi al luna park e contrapporre la loro leggerezza al disagio di un componente della comitiva che ha un problema di cui non può o non vuole parlare sembrava un ottimo spunto, perché consentiva di raccontare un evento normale e realistico vissuto più o meno da tutti per poi indirizzarsi sul disagio della protagonista.

Inoltre, permetteva di unire ad un racconto “naturalistico” anche un aspetto metaforico e simbolico, dato da immagini di oggetti normali che contestualizzati nella narrazione potevano assumere un significato preciso.

Altro fattore decisivo, per vari motivi – tra cui quello puramente logistico – volevo che non ci fosse dialogo e che l’esposizione fosse espressa sul piano meramente visivo, affiancando una colonna sonora portante che prevedesse solo musica e suoni.

Ti posso chiedere perché hai preferito tenere fuori il linguaggio verbale?

Mi interessava presentare la questione in un modo non troppo didascalico, cercando di creare un processo di empatia in chi guarda per far sì che il disagio non venisse capito solo a livello razionale ma anche e soprattutto a livello emotivo.

L’obiettivo del video per me era sollevare il problema del disturbo alimentare e farne prendere coscienza, senza tentare di fornire soluzioni o risposte.

Continuiamo con il discorso di prima…

Quindi tenendo presente il tema, avendo scelto un’ambientazione dove svolgere la vicenda con una protagonista a disagio in mezzo agli amici che si divertono e con una prima metafora visiva come lo specchio deformante, ho cercato altre idee di situazioni e/o oggetti da poter unire per ampliare la struttura del racconto, privilegiando “assonanze” visive.

È un po’ come racconta il regista David Lynch nel suo libro “In Acque Profonde”, che usa la metafora della pesca per lo sviluppo delle idee: “Per le idee il desiderio è come un’esca. Quando peschi devi armarti di pazienza. Metti l’esca sull’amo e poi aspetti. Il desiderio è l’esca che attira i pesci dell’amo, ossia le idee.” 

Il desiderio nel mio caso è la ricerca attiva di un’idea, anzi di un insieme di idee che abbiano una coerenza interna. Dopo la fase ricerca e di brainstorming, si passano al setaccio le idee per cercare quella che sembra la migliore (che spesso corrisponde anche a quella “più fattibile”). Trovata l’idea portante, si cercano altre idee per svilupparla partendo da quel presupposto.

L’altra idea basilare è stata l’immagine della protagonista che si specchia sul cucchiaio, che in qualche modo tirava le fila di tutto. Il fatto di mostrare lei con un cucchiaio davanti a un piatto vuoto che fa intuire il nucleo del problema, la superficie convessa della paletta che restituisce la sua immagine rovesciata e dilatata, il riflesso del suo volto sul metallo che “rima” col riflesso sullo specchio: tutto ciò creava una stratificazione di significati e permetteva l’abbrivio di un flashback che si poteva propagare a tutto il resto della storia.

Il finale è lasciato volutamente aperto: il gruppo si accorge che qualcosa non va, ma non sappiamo se la protagonista racconterà di sé o meno. In generale penso che sia più utile lasciare un senso di irrisolto in uno spettatore piuttosto che fornirgli una soluzione confezionata conciliatoria in modo che al pubblico resti un vago senso di incompiutezza rispetto a un dato problema, che resterà comunque tale anche dopo la visione di qualsivoglia video o film.

Per quanto mi riguarda la cosa importante è porsi la domanda, non darsi una risposta.

Grazie per averci parlato del tuo lavoro.

APPROFONDIMENTO NEUROBIOLOGICO:

La rappresentazione del nostro corpo si concretizza a partire da due diversi sistemi di riferimento spaziale: il sistema di riferimento egocentrico, che integra le percezioni e le sensazioni che partono dal nostro corpo, e il sistema di riferimento allocentrico, che immagazzina la nostra immagine per come la percepiamo dall’esterno così come quando ci guardiamo allo specchio. Secondo l’ipotesi del blocco allocentrico sarebbe proprio l’alterato passaggio tra queste due visioni ad essere alla base del disturbo alimentare.
 Giuseppe Riva dell’Istituto Auxologico di Milano e Santino Gaudio dell’Università Campus Bio-Medico di Roma hanno pubblicato su Medical Hypotheses uno studio effettuato con tecniche di risonanza magnetica su campioni di soggetti anoressici secondo il quale l’alterazione delle aree cerebrali deputate al processo di conversione delle informazioni corporee da egocentriche ad allocentriche impedirebbe alle pazienti di aggiornare la propria immagine del corpo immagazzinata nella memoria a lungo termine. In altre parole, la percezione del proprio corpo reale non riuscirebbe più a modificare la rappresentazione del proprio corpo rivissuta in terza persona attraverso la memoria: il soggetto si troverebbe ancorato a un corpo virtuale che nemmeno drastici cambiamenti del proprio corpo reale sono in grado di mutare. Questo spiegherebbe perché le pazienti con anoressia nervosa temono di ingrassare anche quando sono in condizioni di grave deperimento psico-fisico.  

LEtture:

  1. Riva G, Gaudio S. Allocentric lock in anorexia nervosa: new evidences from neuroimaging studies. Med Hypotheses. 2012 Jul;79(1):113-7.
  2. Anna Bartolini Il peso della perfezione Alberti e C. Editori 2008
  3. David Lynch In Acque Profonde Arnaldo Mondadori Editore 2006
Francesco Faralli

Arezzo, 1976. È un videomaker diplomatosi nel 2002 all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine de L’Aquila.
Da allora lavora nel campo audiovisivo realizzando videoclip, documentari e cortometraggi che sono stati selezionati in molti festival, nazionali e internazionali.
Tra questi, ha vinto più di una volta il premio per gli spot del Corecom Toscana e a Raccorti Sociali, il Premio della Royal Photographic Society in Inghilterra al festival DEPICT! nel 2018, Best Music Video al Southampton International Film Festival del 2017, Best Music Video all’Apex Short Film Festival 2019, Premio Albero Manzi come miglior audiovisivo didattico nel 2009.

Autore

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

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Biografia

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

Francesco Faralli

Arezzo, 1976. È un videomaker diplomatosi nel 2002 all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine de L’Aquila.
Da allora lavora nel campo audiovisivo realizzando videoclip, documentari e cortometraggi che sono stati selezionati in molti festival, nazionali e internazionali.
Tra questi, ha vinto più di una volta il premio per gli spot del Corecom Toscana e a Raccorti Sociali, il Premio della Royal Photographic Society in Inghilterra al festival DEPICT! nel 2018, Best Music Video al Southampton International Film Festival del 2017, Best Music Video all’Apex Short Film Festival 2019, Premio Albero Manzi come miglior audiovisivo didattico nel 2009.