IL RUOLO DELLA DONNA NELLA REPUBBLICA DI WEIMAR

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IL RUOLO DELLA DONNA NELLA REPUBBLICA DI WEIMAR
Argomenti:
Scene di vita nella Germania di Weimar

REDAZIONE

Sociologia e storia si fondono sempre negli articoli di Federico Mugnai. Questa volta è il ruolo della donna, perennemente al centro degli sviluppi della società e della civiltà, ad essere analizzato dentro un periodo storico che, per molti altri motivi, rappresenta una svolta nella storia europea dell’inizio del secolo scorso. Sessualità, costumi, emancipazione, arte, lavoro: la donna supera alcuni limiti in cui era stata confinata per secoli. Ancora sul pianeta c’è molto da fare su questo versante, ma questo è un altro discorso.

La Repubblica di Weimar costituì per la Germania una breve parentesi tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’ascesa al potere del nazionalsocialismo. E’ comunque in questo lasso di tempo che si attuarono dei cambiamenti sociali, politici, culturali e di costume che non investirono la sola Germania, ma che trovarono vasta risonanza ed influenza in gran parte dell’Occidente. E’ anche vero che il risultato di questi cambiamenti spesso così netti e marcati, non fu strettamente merito della rivoluzione democratica e della semplice esistenza della Repubblica, ma fu in realtà un percorso che veniva da lontano e che, grazie all’apertura mentale e culturale di Weimar, trovò un facile approdo. Ma in breve, come nacque e morì Weimar?

ORIGINE DELla repubblica di Weimar

Con la fine della Prima Guerra Mondiale e la pesante sconfitta militare della Germania, si crearono le condizioni per una rivoluzione democratica, dove non mancarono le tensioni e le violenze, ma dove alla fine, diversamente da quanto successo in Russia, i partiti moderati ebbero la meglio. Cadde la monarchia e si crearono le basi per una vera e propria democrazia. Nei quattordici anni di vita, tra il 1919 e il 1933, furono numerosi i momenti di turbolenza, di ansia sociale ed economica e varie volte l’esistenza stessa della Repubblica fu sull’orlo del baratro. Prima la lenta risalita dalla catastrofe della guerra, poi l’iperinflazione dei primi anni Venti e successivamente dopo qualche anno di ritrovata stabilità, la Grande Depressione. Gli estremisti di destra e sinistra, e cioè nazionalsocialisti e comunisti, furono sempre molto critici nei confronti della Repubblica e avevano come proponimento quello del suo smantellamento. Da una parte emergeva il desiderio di restituire alla Germania il Reich con a capo un leader carismatico, dall’altra si desiderava la costituzione di uno stato socialista affiancato alle sorti dell’Unione Sovietica. Va anche detto comunque che, specialmente a partire dalla fine del 1929 e quindi con l’inizio della Grande Depressione, furono soprattutto i gruppi di estrema destra a creare i principali disordini, a dimostrare maggiore intolleranza nei confronti delle istituzioni democratiche e dei passi in avanti fatti riguardo i diritti politici e civili. E furono proprio i nazisti che dal 1930 inglobarono i tantissimi gruppi radicali di destra, a soffiare sul fuoco della montante crisi sociale ed economica che divampò in Germania. L’odio verso gli ebrei e verso le istituzioni democratiche, verso quella Repubblica considerata molle ed inetta, incapace di far fronte ai tanti problemi che affliggevano la Germania, divampò sempre più forte ed ebbe la meglio sulla razionalità ed il buon senso. Fu così che ad inizio del 1933 con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, ebbe termine l’esperienza della Repubblica di Weimar.

LE CONQUISTE SOCIALI

Tra le tante conquiste di quegli anni, da segnalare che dalla fine del 1918 le donne ottennero il diritto di voto (si pensi ad esempio che fino al 1908 la legge tedesca aveva proibito alle donne di frequentare i locali pubblici senza una compagnia maschile). Negli anni della guerra le donne sostituirono gli uomini in fabbrica e per la prima volta assunsero un ruolo da protagoniste nella vita pubblica.

Donne operaie

Ciò diede loro coraggio e la rivoluzione democratica fu la molla per una rivoluzione sociale e di costume che interessò l’intera Germania. La guerra aveva messo a nudo la precarietà ed il carattere effimero della vita: molti soldati morirono, tanti altri tornarono dal fronte mutilati o storpi. La risposta alla guerra e alla conseguente rivoluzione fu una minore aderenza alle norme morali e sessuali della Germania imperiale. Ci si domandò, ad esempio, perché aspettare il matrimonio per avere rapporti sessuali? Perché sottostare ad una moralità sessuale repressiva e allo stesso tempo ipocrita? Per la prima volta la sessualità non era più considerata una semplice questione privata, ma assunse una dimensione pubblica, con conferenze e svariati libri sul tema (il più famoso dell’epoca è quello dell’olandese Theodor Van de Velde, “Il matrimonio perfetto”). A ciò bisogna aggiungere che la sessualità era stata posta al centro del dibattito culturale e scientifico grazie a Freud e alla nascita della psicanalisi. Il sesso non era solo fonte di piacere, ma era considerato anche la causa principale di disturbi psicologici. Quindi, se è vero che la fine della guerra e la rivoluzione democratica avevano portato ad una ribellione verso l’autorità e ad una maggiore libertà sessuale, è anche vero che l’emergere della sessualità nel dibattito pubblico era anche un portato delle nuove teorie scientifiche e psicologiche. Un ulteriore impulso era dato dall’arte di inizio Novecento che, grazie principalmente alla scuola viennese e ad artisti come Gustav Klimt, ispirati anche dalla rivoluzione freudiana, rappresentò la donna nella pienezza della sua sensualità e senza troppe barriere moralistiche.

Gustav Klimt – Disegno

Questa maggiore libertà sessuale e di costume si diffuse (con qualche ritardo rispetto all’arte) anche nei mezzi di comunicazione di massa: film, fotografie, settimanali illustrati, etc… , ritraevano uomini e donne in abiti più succinti e soprattutto sembravano più spensierati e liberi. L’esibizione del corpo, sia maschile che femminile, assunse una centralità dirompente nella vita pubblica, mentre prima della guerra era un vero e proprio tabù. Da una parte in tanti accorrevano per assistere agli incontri di pugilato, dove oltre al combattimento vero e proprio, si assisteva alla prestanza fisica dei duellanti; dall’altra si moltiplicavano le sale da ballo dove sinuose e provocanti ballerine danzavano in perfetta sincronia. Di questi profondi cambiamenti di costume scrisse Stefan Zweig: Le donne se ne andavano in giro vestite, veramente, in questo modo: così mummificate e imbacuccate, così ridicolmente stratificate, così murate e fasciate, come nel Medioevo?… Da questa donna storica dell’anno passato, nel giro di una generazione è venuta fuori la donna di oggi. Gli abiti leggeri che indossa ondeggiano sul suo corpo luminoso e libero. In questa giornata solatia si fa trasportare dal vento e dall’aria, si offre allo sguardo maschile…..In questo breve lasso di tempo le donne hanno trionfalmente creato una situazione del tutto nuova. La meravigliosa emancipazione della donna rispetto al suo corpo, al suo sangue, alla sua libertà, alla sua indipendenza, non sarà certo arrestata soltanto perché alcune teste di altri tempi ne sono terrorizzati e un pugno di moralisti avvizziti si indigna scandalizzato.

Otto Dix – Trittico della Metropoli (1927-28)

La guerra, secondo Elsa Hermann non comportò per le donne dei guadagni sostanziali, ma “le svegliò dal letargo e restituì loro la responsabilità del proprio destino”. La “donna nuova” fu il simbolo della rivoluzione sessuale e di costume degli anni Venti. Il prototipo ideale della donna “nuova” portava capelli corti, era snella, atletica, pervasa di erotismo e per niente materna. Lavorava ed era indipendente dal marito. Certamente questo prototipo di donna si diffuse nella Germania dell’epoca, ma riguardò una piccola fetta del mondo femminile. Erano ancora tante le donne di campagna e quelle delle periferie di città, che ancora vivevano più o meno come prima e che quindi non videro mutare di molto le condizioni di vita rispetto al periodo precedente. In città invece, soprattutto tra la media ed alta borghesia, si assistette, come detto ad una vera e propria rivoluzione. Se la donna di ieri viveva per il marito e per i figli e quindi era disposta a sacrificarsi per la famiglia, la donna nuova credeva nell’uguaglianza dei diritti e faceva di tutto per ritagliarsi spazi di indipendenza. Come scrive Silvia Prada nel suo libro “La “nuova donna” e “le altre” negli anni della Repubblica di Weimar”, le donne, per la prima volta, arrivarono a conquistare una coscienza di sé ed a rivendicare il diritto di essere riconosciute come persone complete e libere di decidere del proprio lavoro, della propria sessualità, del proprio ruolo nella società.

Otto Dix – Ritratto della giornalista Sylvia von Harden (1926)

Le donne andarono quindi ad occupare spazi che prima erano riservati ai soli uomini. Ad esempio, dal 1919 le prime donne si candidarono ed entrarono in Parlamento o nelle varie amministrazioni comunali o regionali. Così come nelle industrie, non mancarono le prime imprenditrici. Vi fu poi il caso delle artiste donne, spesso marginalizzate, ma che nella Repubblica di Weimar trovarono vasta eco, per poi cadere nell’oblio con l’avvento del nazismo. Furono molte le donne artiste, specialmente tra la corrente artistica della “Nuova oggettività”, nata in Germania alla fine della Prima guerra mondiale e che riprendeva e rielaborava elementi di realismo, verismo e dadaismoUn’arte quella femminile pervasa dalla necessità di affrontare tematiche sociali e politiche, di porre al centro la donna e spesso di ribaltarne l’idea comune della donna espressa dall’arte maschile. La corrente artistica della “Nuova oggettività” fu l’espressione del cambiamento del ruolo che la donna era riuscita ad occupare nella Germania dell’epoca. Tutti questi cambiamenti suscitarono enorme impressione e fu così che si accese un dibattito tra i principali intellettuali tedeschi. Uscì quindi un libro, “La donna di domani: come la vorremmo” in cui gli autori, tutti uomini, riflettevano sui cambiamenti sociali apportati dalla “donna nuova”. Per alcuni la donna si stava troppo mascolinizzando e ciò avrebbe portato ad una minore distinzione tra i due sessi e quindi ad una minor armonia di coppia. Si pensava che si sarebbe creata maggior confusione tra i sessi, che così facendo sarebbero proliferati gay e lesbiche (da rivedere su questo punto il mio articolo: “Omosessualità e fascismo”), i primi perché impauriti dalle donne, le altre perché, raggiunta l’indipendenza sentivano di non aver più bisogno della protezione di un uomo. Solo una netta distinzione tra maschi e femmine poteva dare stabilità alla coppia. Altri con atteggiamento paternalistico, arrivarono a dire che le conquiste delle donne erano solo una gentile concessione degli uomini, un modo per garantire pace e stabilità sociale.

L’AVVENTO DEL NAZISMO

Con l’avvento del nazismo, non solo il dibattito sul tema si esaurì, ma soprattutto vennero annullati i passi in avanti fatti per raggiungere una parità sostanziale di diritti tra uomo e donna. Dovremo aspettare gli anni 60’ affinché tornasse prepotentemente nel mondo Occidentale la giusta richiesta di un mondo in cui la donna abbia le stesse opportunità, gli stessi diritti e non sia affatto considerata subalterna o peggio ancora inferiore all’uomo. Con il sessantotto la liberazione sessuale e di costume, la richiesta di nuovi diritti civili e politici, raggiunse il suo apice e si diffuse in tutti gli strati sociali occidentali. Le tematiche portate avanti dal sessantotto non erano poi così molto diverse da quelle espresse nella Germania di Weimar: ma mentre in quest’ultima i cambiamenti erano circoscritti ad una minoranza, la rivoluzione del sessantotto fu di massa e per questo gli effetti furono più sostanziali e duraturi.

Per concludere, penso che l’emancipazione femminile non dovrebbe avere bisogno di concessioni così come l’esperienza di Weimar insegna. 

Spettacoli nella Germania degli anni ’20

letture:

Autore

Federico Mugnai

Arezzo, 1987. Si è diplomato al Liceo
scientifico Francesco Redi di Arezzo.
Cultore di letteratura ottocentesca, russa in particolare. Studioso di
storia della prima metà del ‘900 con un’attenzione meticolosa alla
storia dei totalitarismi, soprattutto fascismo e nazismo.

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Di Federico Mugnai

Biografia

Federico Mugnai

Arezzo, 1987. Si è diplomato al Liceo
scientifico Francesco Redi di Arezzo.
Cultore di letteratura ottocentesca, russa in particolare. Studioso di
storia della prima metà del ‘900 con un’attenzione meticolosa alla
storia dei totalitarismi, soprattutto fascismo e nazismo.

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