Antichi erbari e scienza botanica:
la lunga storia della conoscenza

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Antichi erbari e scienza botanica:
la lunga storia della conoscenza
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Antica libreria dell’Eremo di Camaldoli

Redazione

Questa volta Carlo Martini ci accompagna in un compendio accurato della storia antica della farmacopea. Con la sua passione, il suo mestiere e la sua competenza riesce a mettere, ancora una volta, in evidenza il rapporto stretto e inscindibile fra esperienza, intuito, filosofia e scienza nella conquista del sapere.

Nelle estati della mia infanzia non poteva mancare un appuntamento che si ripeteva uguale di anno in anno, come un rito atteso. L’evento voleva dire alzarsi presto ed assaporare l’aria fresca dell’alba, ascoltare i rumori provenienti dalla cucina che mi dicevano che la mamma era già da un po’ intenta a preparare panini di vari tipi, ma sempre quelli. L’odore inusuale della frittata alle sei di mattina per me sarà associata sempre ad un nome: l’Eremo di Camaldoli1.

Eremo di Camaldoli

Le passeggiate nei freschi boschi Casentinesi erano puntualmente accompagnate dalla visita dell’eremo dei monaci e soprattutto dell’antica farmacia annessa al monastero. Il salone, pieno di alambicchi e mortai suscitava in me, piccolo visitatore, un fascino che si rinnovava anno dopo anno. Entrare in quel remoto luogo, era come entrare nel “tempio” di un antico sapere, sconosciuto e misterioso, custodito là da secoli. E fu così che a quasi trent’anni di distanza, ormai farmacista, apprestandomi a concludere il mio percorso di Master universitario in Fitoterapia applicata, presso l’Università di Siena, decisi di confrontarmi viso a viso con una ricetta antica. L’incontro casuale con un monaco, P. Ubaldo Cortoni, mi spinse a prendere la palla al balzo. Dopo essermi presentato gli chiesi se potevo consultare una ricetta che i monaci avevano sicuramente utilizzato nella loro pratica. P. Ubaldo accolse volentieri la mia proposta e mi dette un appuntamento. Mi presentò un libro nella cui costola era scrittoErbolario volgare 1522”.

Erbolario volgare 1522

Fu una piccola delusione, mi aspettavo un manoscritto di un paio di secoli prima, ma non mi scoraggiai. Mi soffermai su una pagina che presentava un titolo: “Dello Luppolo”. Feci qualche foto e mi misi a studiare. Approfondii in particolare una ricettaSyropo de luppoli” che, come mi resi conto successivamente risaliva al XIV secolo, cosa che mi rincuorò dati i miei desideri iniziali. Prometteva beneficialla ittericia, & alli idropici per causa calida, facendo syropo in questo modo”:

Piglia succo de luppoli & de endivia & scolopendria ana libra una
Fiori de viole & de boragini, uva passa ana manipolo uno
Semense de anisi, orzo, le quatro semence frede magior ana onza mezza
Aceto, vino bianco ana libra una
& fa decoctione per fino che consumi la mita,
poi falla dolce con el zuccharo e fa bevanda
la qual userai la mattina & sera come bisogna.

Ero quindi di fronte ad una ricetta complessa, composta da droghe provenienti da ben dodici piante, delle quali la principale era il luppolo. Mi misi quindi, da farmacista del XI secolo, di fronte alla letteratura scientifica pronto a comprendere i segreti di questa antica ricetta.

Luppolo

Partii ovviamente dal luppolo. Tra le attività farmacologiche riscontrai l’attività antinfiammatoria ed antiedemigena promosse dall’umulone [Yasukawa K et al. 1995]; l’attività antiossidante [Oyaizu M et al. 1993, Tagashira M et al. 1995] riconducibile ad i numerosi polifenoli (xantumolo, desmetilxantumolo, catechine, kampferolo, quercitina), alla quale classe di composti è stata riconosciuta, oltre alle ben note attività vasoprotettrice, anticancerogena e immunostimolante, una azione antinfiammatoria ed epatoprotettrice [Romano B et al. 2013]; un’attività stimolante l’enzima glutatione-S-transferasi epatica [Lam LKT, Zheng BL 1991] che potrebbe avere effetti epatoprotettori indiretti; l’attività spasmolitica [Caujolle F et al. 1969] ed una attività benefica nei confronti del metabolismo epatico riconducibile ad una riduzione dell’accumulo di trigliceridi [Taba N et al. 1997].

A questi principi attivi mi resi conto che facevano corona quelli provenienti dalle altre piante della ricetta, che presentano in alcuni casi attività identica, in altri comune e sinergica, così da poter essere riunite in un numero ragionevolmente limitato ed omogeneo di gruppi.

Dallo studio del profilo fitochimico degli ingredienti mi resi conto in modo evidente come la scelta delle piante presenti nella formulazione seguisse un criterio razionale. L’antica ricettasyropo de luppoli”, analizzata alla luce dei moderni dati scientifici si presentava come una formulazione ad attività antiossidante, antinfiammatoria, coleretica, epatoprotettrice e diuretica, e poteva fornire un utile contributo nel migliorare quadri patologici che prevedevano una sofferenza epatica con eziologia infiammatoria accompagnata da un possibile edema e stasi di liquidi. Considerando poi “l’idropisia” menzionata nel testo originale, un quadro simile a quello che l’odierna patologia chiama ascite, caratterizzata da un quadro epatico compromesso, un’attività epatoprotettiva ed antiossidante unita a quella più generalemente coleretica ed ipocolesterolemizzante, risultava senza dubbio utile.

Alla luce di quello che avevo analizzato, data la corrispondenza fra le proprietà vantate dalla ricetta e quelle riconosciute dalla scienza attuale, risultarono spontanee alcune domande. Come siamo giunti a raccogliere e sedimentare questo sapere? Come è stato possibile che nel XIV secolo, in un’epoca in cui la chimica e la farmacologia, intesa in senso moderno, non erano neppure nell’immaginazione dell’uomo, alcuni monaci abbiano potuto utilizzare piante la cui composizione fosse così appropriata allo scopo terapeutico desiderato? La scoperta dei principi attivi contenuti nelle droghe vegetali, risale al 1807 quando il chimico G. A. Sertürner riuscì a isolare dall’oppio la morfina: fu il suo testo Über das Opium und dessen kristallisierbare Substanz ad aprire la via delle ricerche sui principi attivi della massima parte delle piante medicinali2. Per non parlare della conoscenza della struttura atomica delle molecole avvenuta grazie all’applicazione della tecnica cristallografica messa a punto nel secolo scorso. Non a caso Venki Ramakrishnan, vincitore nel 2009 del Premio Nobel per aver chiarito attraverso questa tecnica la struttura atomica del ribosoma, intitola il terzo capitolo del suo libro “vedere l’invisibile”. Come hanno potuto mettere a punto una tale ricetta senza “vedere l’invisibile”? Come è stato possibile scegliere piante appropriate considerando che neppure la botanica e la tassonomia vegetale era conosciuta e praticata così come la pratichiamo oggi? Sappiamo infatti che i contributi più importanti in questo campo sono stati introdotti da Carl von Linné nel XVIII secolo3.

Il percorso culturale che ha portato alla stesura di erbari sempre più elaborati e completi, è stato lento, dilatato nei secoli ed ha coinvolto l’osservazione e la paziente analisi dei risultati ottenuti da moti popoli che dopo innumerevoli tentativi ed errori hanno trattenuto ciò che meglio sembrava funzionare tramandandolo alle generazioni future.  I primi veri studi sulle piante, sono stati prodotti da Babilonesi, Egiziani e Greci e sono sfociati nelle pregevoli annotazioni di Aristotele, Teofrasto e Dioscore, per arrivare poi ai Romani ed al contributo dato dalla cultura monastica medioevale, ma l’indagine sulle piante è iniziato ben prima.

L’uomo ha cominciato ad occuparsi di piante in tempi remoti, addirittura nel neolitico circa 10.000 anni fa, quando ha scoperto che le erbe possono essere raccolte e che i loro semi se piantati danno raccolti. Gradualmente utilizzando le piante come cibo e sperimentando in prima persona gli effetti positivi e negativi di queste, ha stabilito un approccio sempre più razionale con il mondo vegetale fino ad intuire le virtù terapeutiche delle piante. Prova di ciò è il fatto che nelle terramare di Parma, Varese e di altre città, così come nelle palafitte di Casale, sono stati ritrovati semi di chenopodio, sambuco, papavero che venivano impiegati come farmaco. Dalla somma delle esperienze accumulate scaturisce un sapere sempre più ampio che prima viene tramandato oralmente, e che successivamente viene trasmesso tramite la scrittura, nobilitata e arricchita sempre di più dalle immagini più o meno veridiche, delle piante descritte, corredate dall’indicazione delle rispettive proprietà curative.

Medicina Egizia

Vari millenni prima di Cristo in Oriente nacque un interesse per la medicina che si snodò nei secoli dall’India, dalla Cina e poi dall’Egitto, dall’Assiria e dalla Babilonia, attraverso documenti che descrivono droghe e piante medicamentose. Sappiamo che nell’avanzato Egitto 2000 anni prima di Cristo si faceva grande uso di droghe vegetali, la cui preparazione era affidata, di solito, ai sacerdoti che confezionavano preparati vari e distillavano pozioni, recitando formule magiche, preghiere e scongiuri. I Babilonesi conoscevano oltre mille specie di medicinali minuziosamente descritte in tavolette redatte in caratteri cuneiformi, con la descrizione delle malattie che potevano essere curate con l’una o l’altra pianta.

Tuttavia i primi a portare ad un alto livello le conoscenze in materia di piante sono i Greci, a partire dai medici rhizotomoi che significa raccoglitori di radici, e quindi per estensione di piante, fino ad arrivare a Ippocrate di Cos maestro di medicina in Atene e in Tessaglia dal 460 al 370 a.C., ed ai suoi discepoli, che producono un insieme di opere giunte a noi con il nome di Corpus Hippocraticum, e che possiamo considerare un trattato di botanica officinale che classifica organicamente 300 specie di piante medicinali, traendone ricette e indicando i metodi di dosaggio. Tale fondamentale testo influenza la cultura medica successiva romana e medioevale e possiamo affermare senza ombra di dubbio che la medicina ippocratica ha rappresentato per secoli un punto di riferimento sia metodologico che deontologico.

Sempre in seno alla civiltà greca è necessario ricordare Aristotele (384-324 a.C.) come il primo grande organizzatore del sapere, compreso quello scientifico e biologico, che egli compie mirabilmente da grande osservatore della natura, tanto da essere preso in a riferimento assoluto nel campo delle scienze, per il suo metodo, di indagine nei secoli a venire. Il filosofo Teofrasto (371-287 a.C.) accentrando l’indirizzo naturalistico della Scuola Aristotelica, compie studi sulle piante mirati soprattutto alla botanica in quanto tale, piuttosto che sulla sua connessione con la medicina. Per questo motivo i suoi studi sulle piante, portati avanti grazie all’osservazione diretta fatta nel famoso giardino botanico di Atene, istituito a scopo di studio da Aristotele, possono essere considerati i primi trattati di botanica. La sua De historia plantarum, in nove libri, elabora una vera e propria classificazione di circa cinquantuno piante, dividendole in alberi, frutici, suffrutici, erbe. Nel IX libro classifica, per la prima volta nell’antichità, droghe e medicinali con il loro valore terapeutico.

Dioscoride e uno studente della Siria

Tuttavia la personalità greca che più di ogni altra influenzò il sapere successivo, è quella del medico Dioscoride. Egli, visse al tempo di Nerone e fu contemporaneo di Plinio il Vecchio. Esercitò a Roma dopo aver viaggiato in Siria, nell’Africa Settentrionale, in Spagna, in Gallia ed in Italia, osservando le piante e raccogliendo informazioni sulle specie medicinali. Compose a Costantinopoli nel I secolo d.C. il De Materia medica, l’autentico pilastro, che fornirà le basi a tutta la medicina botanica medievale, come attestano l’ampia diffusione di manoscritti e le nuove traduzioni. È il più antico manoscritto illustrato contenente un erbario tuttora conservato. È un trattato di farmacologia in cinque libri, dei quali, parte del secondo, il terzo ed il quarto trattano delle piante medicinali, mentre un sesto libro, dedicato ai veleni, è considerato apocrifo. Le specie trattate sono circa seicento, classificate per la prima volta non in ordine alfabetico, ma divise in gruppi secondo le affinità e i caratteri comuni, e di ciascuna di esse l’autore dà, oltre al nome usuale, i sinonimi, la descrizione dei caratteri fondati sia sulle parti vegetative che sul fiore e sui frutti, le proprietà medicinali e le dosi di impiego, in un miscuglio di superstizione e di pseudo medicina, commiste a convinzioni filosofiche, magiche e astrologiche. L’opera enciclopedica di Dioscoride, risulterà il migliore trattato di botanica del mondo antico e godrà di grande autorità per tutto il Medioevo, fino a quasi il secolo XVI, offrendo l’immagine di una scienza che ricerca rimedi per il corpo ammalato, ma guarda con grande attenzione alla cura del corpo sano.

Pharmacotriba in una taberna medicinae

Anche a Roma si svilupparono i cosiddetti rhizotomoi, figure specializzate nella ricerca delle radici medicamentose, che, aiutati dai loro erbolai (cercatori d’erbe), allestivano vere e proprie farmacie, le Tabernae medicinae, dove si offriva ciò che di meglio si poteva reperire nel mercato delle droghe di tutto il mondo. Nasceva anche la figura del Pharmacotriba, che non esercitava affatto la medicina, ma si limitava a vendere le sostanze medicamentose semplici e a realizzare le ricette dei medicamenti composti prescritti dai medici; l’esperto “farmacista” tramandava a sua volta l’arte ai discepoli chiamati “magister” e le preparazioni estemporanee venivano per questo indicate con il nome di “magistrali”.

Era un mondo variegato di rimedi terapeutici di ogni sorta, ricavati sia dal mondo vegetale che da quello animale e minerale, del quale la testimonianza più significativa è l’importante ed enciclopedica opera di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), la Naturalis historia, che conta 37 volumi, testo di riferimento in materia di conoscenze scientifiche e tecniche per tutto il Rinascimento e anche oltre.

Di origine greca è il celebre Galeno, nato a Pergamo nel 131 d. C., ma vissuto a Roma dall’anno 162 come medico dell’Imperatore Marco Aurelio e del figlio Comodo. Fu autore di numerosissimi libri che descrivono i cosiddettipreparati galenici”: idrolati, elisir, sciroppi, passate, che consistono nell’estrazione e nella manipolazione dei principi attivi di determinate piante esclusivamente ad opera dei farmacisti.

Le sue opere più importanti delle 108 a noi pervenute, parte nella stesura originale greca, parte nella traduzione araba sono il Methodus medendi, opera in quattordici libri che riassume il sistema galenico e per lungo tempo costituì il testo fondamentale dell’insegnamento medico, e l’Ars medica.

Ancora più celebre di lui, è il grande scienziato e filosofo, medico, botanico e fisico di origini persiane Ibn Sina, a noi noto con il nome di Avicenna (980-1037). Fu l’esponente arabo più conosciuto e famoso nel mondo occidentale tanto da essere considerato da molti “il padre della medicina moderna”. Fu autore di un enorme numero di libri (circa 450), e senza dubbio la sua opera più importante fu il Liber canonis medicinae tradotta in latino nel sec. XII da Gerardo da Cremona. Attraverso tale traduzione a partire dal 1200, tramite la Scuola Medica Salernitana, rimase, per circa 600 anni, il codice più autorevole della medicina pratica e dellafarmacologia”, studiato e commentato nelle facoltà mediche di Bologna e Montpellier. Essa è espressione di quella scienza araba, che, con grande capacità di sintesi, prende il meglio delle culture con le quali viene a contatto, e che considera la botanica come scienza ausiliaria della medicina e della farmacopea, conferendole un’impronta pratica che sarà superata solo col prodigioso risveglio della ragione scientifica dell’Occidente rinascimentale.

È da sottolineare che, tutti i trattati di materia medica dell’età antica e medievale, basati come sono sull’impiego di sostanze naturali quali piante, animali e minerali, si avvicinano in misura più o meno marcata al “genere” dell’erbario, al punto che tra i due tipi di opera è difficile tracciare un confine preciso.

Il Medioevo è invece il tempo in cui Alberto Magno scrive il suo De Virtutibus herbarum e Santa Ildegonda detta il De Signis bonitatis herbarum, mentre Carlo Magno coltiva in un giardino le piante medicinali.

Pur nella limitatezza degli studi che caratterizza il Medioevo, il culto per le proprietà medicinali delle piante sopravvive nei monasteri benedettini, che, nell’osservanza della Regola di S. Benedetto, danno la precedenza agli ammalati, creando gli ospitiumnelle vicinanze dei monasteri e le officine” che dapprima artigianali, si trasformano in vere e proprie farmacie” ed attingono il loro sapere dagli scriptoria. È questo anche il caso della farmacia dell’Eremo di Camaldoli.

Bancone dell’antica farmacia del Monastero di Camaldoli

In essi, oltre ai testi della cultura classica, si trascrivono anche gli erbari medicinali antichi compresi il Corpus Hippocraticum, la Medicina di Plinio nonché le opere di Dioscoride e di Galeno, ed in tutti è radicata la convinzione che le erbe medicinali siano un dono della divinità. Famosi sono i monasteri dell’Italia Meridionale, che divengono gelosi custodi degli erbari ed hanno il gran merito di custodire il sapere del passato in preziose traduzioni dal greco, dal latino e dall’arabo, oltre a tenere in vita la coltivazione di tante specie di erbe medicinali da loro effettuata accanto alla spezieria nei giardini dei “semplici”. Nel linguaggio medico del tempo con il termine “Semplice” si indicava un medicamento non artificialmente composto, ma che si somministra così come viene fornito dalla natura, in contrapposizione alle composizioni medicinali che possono essere composte di più “semplici”. I giardini dei semplici, nati nei monasteri e precursori dei celebri orti botanici, si rendono necessari per avere la disponibilità di molte piante medicinali durante i lunghi assedi, le rapine, le occupazioni militari, le pestilenze e le carestie.

La preziosa opera di conservazione e custodia operata dai monaci medioevali è sicuramente servita da cerniera e avrà importanza per compilazioni successive rimaste celebri come espansione della scienza medica ed agraria dell’ultimo Medioevo: lo Speculum majus quadruplex di Vincent de Beauvais, (1244-1259); l’Opus Pandectarum medicinae, trattato scientifico sulle erbe e sul loro utilizzo in campo medico, del medico Matteo Silvatico (1285-1342) che operò nell’ambito della Scuola Medica Salernitana effettuando i suoi studi nell’antico orto botanico nel quale sorge il Giardino della Minerva a Salerno, ed infine alle altre grandi raccolte, quali il Grant Herbier en françoys o l’Hortus sanitatis.

È proprio dall’analisi di questo lento ed affascinante percorso che si può capire come antichi terapeuti, completamente all’oscuro di dati di fitochimica, possano aver mescolato piante con profili molecolari simili, coerenti tra loro ed in alcuni casi sinergici: l’osservazione empirica attenta, verificata e validata dall’esperienza di molte persone nell’arco di secoli, tanto da entrare a far parte della tradizione culturale di un popolo, rappresenta un elemento da tenere in alta considerazione anche se non corroborato da evidenze scientifiche inoppugnabili e dal metodo scientifico indispensabile al sapere moderno. Questo non ci stupisce e deve far parte della consapevolezza. D’altronde lo stesso fenomeno è stato già osservato in questo sito in ambito pedagogico, analizzando come l’osservazione attenta e l’intuizione abbiano portato Guido d’Arezzo a sviluppare un metodo per la memorizzazione di composizioni musicali coerente con le attuali acquisizioni neuroscientifiche (vedi Guido d’Arezzo il genio empirico e le neuroscienze). Non a caso, Leonardo da Vinci, anticipando la rivoluzione scientifica scriveva “A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme rampogne, quella accusano esser fallace, […] queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la qual cosa fa che li omini si promettano le cose come possibili e con più moderanza, e che tu non ti veli di ingnoranza, che farebbe, che, non avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia”.

Armadio dell’antica farmacia del Monastero di Camaldoli

LEtture:

  1. Venki Ramakrishnan – La macchina del gene – Adelphi Edizioni
  2. Salvatore Pezzella – Un erbario inedito dell’Italia centrale – Edizioni Orior Perugia
  3. Ernesto Milano – Erbari e scienza botanica
  4. Mario De Micheli – Leonardo da Vinci. L’uomo e la natura – Universale economica Feltrinelli Editore

Riferimenti utili:

  1. https://www.camaldoli.it
  2. https://www.treccani.it/enciclopedia/farmacologia
  3. https://www.treccani.it/enciclopedia/l-ottocento-biologia-botanica-e-tassonomia-vegetale

Autore

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

2 Commenti

  • Buongiorno, grazie per l’articolo interessantissimo. Io sto facendo la tesi sugli erbari e vorrei trarre alcuni spunti dall’articolo, ma ho bisogno di bibliografia per capire da dove sono stati tratti. Potrebbe indicarmi qualche articolo o libro, da cui prendere qualche riga di storia e definizione sugli erbari? Grazie

Di Carlo Martini

Biografia

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

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