Le conversazioni del talamo – Fausto Barbagli

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Le conversazioni del talamo – Fausto Barbagli
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Redazione

Il ruolo sociale dei musei, le strategie migliori per rendere l’offerta museale sempre più appetibile, la scelta delle nuove tecnologie per presentarne nel modo più efficace possibile i contenuti; il fenomeno del collezionismo, le sue origini antropologiche e storiche ed il suo significato profondo. Incontriamo Fausto Barbagli, uomo di alto profilo culturale, che grazie alla sua diretta esperienza di curatore museale ci regala una conversazione piacevole ed illuminante.

Buonasera Fausto e grazie di aver accettato il nostro invito e di fare stasera questa conversazione con noi e con gli amici del Talamo.  Ti chiediamo quindi di parlare all’inizio di cosa ti occupi nella vita e quali sono i tuoi interessi culturali.

Questa è una delle domande più difficili che si possono fare normalmente. Parlare di sé stessi non è infatti per niente facile. Fondamentalmente comunque mi occupo di musei, di tematiche scientifiche, ma il mio orientamento è statosubito quello dell’interesse per i musei, dove la tematica scientifica diventa in qualche modo un pretesto, un punto di partenza per lo sviluppo di tematiche ampie e particolari… Io lavoro in un museo di Storia naturale, curo le collezioni ornitologiche, quindi il mio interesse è prevalentemente zoologico. Proprio questo percorso di interessi naturalistici che dal punto di vista professionale mi hanno portato ad interessarmi piano piano ad aspetti particolari tra loro concatenati. Infatti partendo dall’ornitologia, sono arrivato ad approfondire temi storici e di scienze naturali, e di conseguenza anche attraverso l’indagine sulle raccolte dei musei, ho avuto la fortuna di fare di questa mia passione la mia professione e lavorare all’interno di un museo naturalistico. Da qui ho portato avanti l’interesse per i musei scientifici e per la museologia in generale anche attraverso tematiche ed attività associative.

Quindi possiamo proprio partire dai musei e dal fatto che tu sei appunto un curatore di mostre. C’è bisogno secondo te oggi di frequentare i musei? Pensi che il museo possa essere un luogo in cui ci possa essere una partecipazione di tipo sociale? Cosa può quindi rappresentare da questo punto di vista un museo?

Io credo che il bisogno di frequentare i musei sia attestato dal crescente numero di persone che visitano i musei e le mostre. Anche le recenti esperienze con le chiusure di luoghi di cultura, hanno portato recentemente con la riapertura a maggior interesse e maggior attrazione verso questi luoghi. Sono stati in molti che hanno lamentato un misconoscimento dei musei durante la pandemia con delle chiusure anche ingiustificate, perché i musei sono luoghi sicuri, dove non si tocca nulla, dove il distanziamento dalle opere e di conseguenza dalle persone è prassi comune. Nonostante questo i musei sono stati chiusi subito, mentre sono stati lasciati aperti esercizi commerciali ben più rischiosi a livello di possibilità di contagio. Si è pensato che ai musei si poteva benissimo rinunciare. Ma non è così e ce lo ha dimostrato la riapertura generale con le numerose prenotazioni che hanno saturato ben presto i luoghi culturali. Sicuramente quindi c’è bisogno dei musei, perché sono luoghi che sempre di più, anche attraverso i cambiamenti di paradigmi, accostano ad elementi educativi e di apprendimento, l’aspetto importante dell’intrattenimento che costituisce un elemento fondamentale. E la modalità di svolgere attività nei musei è sempre più orientata all’aspetto dell’intrattenimento, di divertimento e di riempimento del tempo libero e sempre meno della componente in cui il flusso di conoscenza nel passato era considerato unidirezionale. E mi riferisco al fatto che nel passato il visitatore apprendeva esclusivamente dal museo, mentre ora anche i musei apprendono molto anche dal proprio pubblico. Una delle attività e una delle sfide maggiori dei musei in questo periodo è proprio quello di implementare ed aumentare l’accessibilità ai musei, non soltanto dal punto di vista fisico delle persone, ma soprattutto dal punto di vista culturale. Rendere un museo accessibile in una città sempre più multietnica, vuol dire essere in grado di comunicare i contenuti, di renderli accessibili a fasce di popolazione che hanno culture diverse, estrazioni culturali diverse. Questo richiede una grande revisione delle modalità di lavoro all’interno dei musei.

Siamo distanti da questo tipo di visione?

Ci stiamo provando e questo è evidente da azioni di marketing, di offerte, ma chiaramente se si va ad analizzare il pubblico dei nostri musei non si trova una corrispondenza esatta con le fasce di popolazione che abbiamo. È ancora vero che chi visita i musei è parte della nostra popolazione. Riuscire ad allineare le due cose vorrebbe dire rendere il museo uno spazio sociale veramente efficiente ed efficace. I musei sono sempre di più delle zone di contatto tra estrazioni culturali diverse, tra interessi diversi e questo credo costituisca il punto forte di una museologia che sempre più è orientata alla società in generale e sempre meno allo specialista della disciplina che il museo rappresenta. Questo è un po’ quello che caratterizza la museologia del passato, quella ottocentesca. Chiaramente anche a livello internazionale, le cose cambiano con le convenzioni, prima tra tutte quella di Farrow (?) che ha sancito anche l’importanza della cultura immateriale. Tutti questi aspetti contribuiscono ad un cambio di paradigma ed aumenta l’importanza dei musei all’interno della nostra società.

Forse ancora oggi quando si parla di museo pensiamo più a qualcosa che ha a che fare con la cultura umanistica. Tu ti occupi soprattutto di musei scientifici. Ti chiedo se è arrivato il momento di provare ad unire le due cose, di fare cioè una proposta in cui temi umanistici e scientifici vengono trattati insieme.

Questo succede comunemente. Basti pensare che uno degli elementi che caratterizzano i musei naturalistici è la storia delle scienze naturali. Cioè la storia è una disciplina considerata umanistica, ma quando riguarda le scienze naturali diventa una disciplina scientifica. Bastano delle discipline per dimostrare che queste barriere non esistono. Per esempio la storia delle scienze naturali viene coltivata all’interno di percorsi dei musei naturalistici stessi, che sono dei musei scientifici, viene fatta con un metodo delle discipline umanistiche. Questa distinzione è più nella mente di chi vuole apologizzare l’una o l’altra disciplina, rispetto alla natura reale delle cose.

E dal punto di vista delle nuove tecnologie, che credo aprano degli spazi enormi anche per arrivare a raggiungere gli scopi che prima dicevi, pensi che siamo pronti a raccogliere la sfida?

Le nuove tecnologie sono un’opportunità incredibile. L’importante è che non diventino un handicap e cioè è fondamentale è capire che le nuove tecnologie sono dei mezzi per portare avanti delle tematiche e dei messaggi culturali. Bisogna evitare che si parli troppo spesso di innovazione tecnologica, etc… quando in realtà la vera innovazione sta nei contenuti, nella visione culturale di ciò che presentiamo. Bisogna stare molto attenti a quella che chiamo la retorica della tecnologia, perché un’alta percentuale di quella che è considerata nuova tecnologia è esclusivamente retorica della tecnologia.

Tu sei di Arezzo così come noi. Approfitto per farti una domanda che riguarda un po’ la nostra città. Se io penso ai grandi personaggi aretini che sono emersi e che sono probabilmente conosciuti al grande pubblico sono soprattutto umanisti.  Mi vengono in mente: Petrarca, Michelangelo, Piero della Francesca, Vasari, etc… Ci sono anche figure che hanno rivestito un’importanza dal punto di vista scientifico, ma sono un po’ meno conosciute. Secondo te perché? È vera questa sensazione che ti ho ora sottoposto?

Questo credo che sia legato molto ad un punto di vista aretino. Probabilmente ad Arezzo si tende a ricordare questi nomi che tu hai citato. Se però ad esempio ci spostiamo a Firenze e si fa una passeggiata sotto il loggiato degli Uffizi, troverà delle statue che riguardano un po’ tutti gli aspetti della cultura toscana. Quindi ci troviamo Michelangelo, Petrarca, Giotto, Boccaccio, etc.., ma parte di queste statue sono destinate a celebrare dei grandi scienziati.  Due di questi cinque toscani, sono aretini: si tratta di Francesco Redi e l’altro è Andrea Cesalpino. Due grandissimi nomi della cultura scientifica del nostro Paese, che però hanno lavorato fuori Arezzo. Andrea Cesalpino è stato professore a Pisa e ha lavorato molto a Firenze così come Francesco Redi è stato protomedico di corte per la famiglia dei Medici. Si devono a loro scoperte e primati incredibili. Andrea Cesalpino con lo studio della circolazione del sangue, ma anche con una rivoluzione culturale per quanto riguarda il tema della sistematica, che prima di Cesalpino aveva un’impostazione puramente aristotelica.  Affrontava l’organizzazione delle cose in uno schema tassonomico e sistematico puramente orientato sulle proprietà o comunque sull’uso e sull’interesse umano verso gli oggetti e verso le cose naturali. Con Cesalpino cambia completamente il paradigma, perché è lui a porsi per primo il problema che le piante vengano organizzate secondo le proprie caratteristiche intrinseche. Questa è una rivoluzione culturale molto importante, perché è vero che la sistematica è un artificio umano con il quale l’uomo ordina le cose che stanno intorno a sé e di conseguenza anche la natura e pensare di far questo non secondo una visione utilitaristica (come ragionavano i botanici del passato attraverso il raggruppamento farmacopeico e farmacologico delle piante), ma farlo rispettando le caratteristiche delle piante vuol dire porre anche ciò che si studia al centro di un discorso e di un interesse. In definitiva vuol dire oggettivizzare il campo del sapere. Importante è anche quello che fa Francesco Redi. È colui che nega la generazione spontanea e diciamo che si deve a lui la dimostrazione sperimentale del fatto che nulla si generi spontaneamente. Si pensava anticamente che le mosche originassero dalla carne marcescente, che i topi nascessero dagli stracci, etc.., lui invece dimostrò che tutto questo era frutto in parte di antiche superstizioni, in parte dimostrò sperimentalmente che erano teorie totalmente fallaci e quindi negò per primo la generazione spontanea, elemento fondamentale dello studio della biologia. Tutto questo lo si deve a degli aretini che hanno operato fuori Arezzo, ma che hanno mantenuto un legame forte con la città (in particolare Francesco Redi).

Grazie di queste informazioni che sono davvero interessanti. Prendo un altro argomento che non è slegato rispetto a quello che abbiamo detto finora. Tu sei anche un collezionista: in alcuni casi i musei nascono da un nucleo centrale di una collezione che poi è stata donata. Quello del collezionismo è un fenomeno molto interessante. Secondo te perché l’uomo ha cominciato a collezionare?  Cosa ha trovato nel collezionismo?

Il collezionismo è un fenomeno abbastanza recente nella storia dell’umanità. Per quanto mi riguarda, tu mi hai definito un collezionista: io più che un collezionista sono una persona che tende a raccogliere cose che gli interessano. Io raccolgo prevalentemente testimonianze, documenti, libri, fonti iconografiche ed archivistiche. Non ho, contrariamente al collezionista, un interesse per completare alcunché. Per me il collezionare vuol dire raccogliere, mettere insieme più cose che mi interessano, molto spesso come punto di arrivo della mia conoscenza, ma molto spesso anche come punto di partenza, perché proprio attraverso il rinvenimento di un documento o di una fonte iconografica, etc… alcuni miei percorsi culturali partono e vanno avanti. Per molti il collezionismo è la necessità di mettere insieme oggetti e si può dire che ha una funzione per certi versi rassicurante nell’uomo. Vediamo però come nasce.  Come detto è un fenomeno abbastanza recente nella storia dell’uomo.  Gli antichi non collezionavano e si comincia a collezionare solo in epoca tardo medievale durante le crociate, quando dalla Terra Santa arrivano grandi numeri di reliquie, che iniziano ad essere collezionate in molti ambienti cristiani e laici. L’organizzazione di queste collezioni delle reliquie costituisce i primi reliquiari che sono dei piccoli musei all’interno dei quali si trovano questi oggetti. Ma il fenomeno non si ferma qui: chiaramente con l’Umanesimo  l’interesse per raccogliere qualche oggetto, passa da una dimensione strettamente religiosa ad una laica e quindi iniziano ad essere interessanti per gli intellettuali del tempo anche oggetti che testimoniano la grandezza della natura, la rarità di un determinato prodotto,  le incredibili capacità artistiche  dell’uomo e quindi  molto spesso oggetti lavorati con pietre preziose diventano le prime forme di collezionismo E queste collezioni si trovano all’interno di studioli, che sono  dei luoghi di contemplazione estetica. Questo tipo di fenomeno poi cambia quando con la crisi di valori dell’Umanesimo il collezionismo tende a mettere insieme degli oggetti che rivestono una funzione di riprodurre in un ambiente ristretto il Cosmo. Il possessore di questi oggetti che vengono da lontano, che testimoniano la natura, l’arte, etc… ha in qualche modo la rassicurante sensazione di poter possedere il mondo ed è principalmente questo l’elemento che porta a collezionare.

C’è quindi un legame tra collezionismo e desiderio di possedere?

Il collezionismo è possesso e quindi questo tende a rassicurare il collezionista. Per questo dico io che la mia biblioteca, i miei documenti, sono luoghi di grande tranquillità, di accesso di ricerca, un luogo intimo, ma comunque pur sempre un luogo di relax. Molto spesso i pensieri possono utilizzare un sistema quasi ipertestuale per andare avanti, un luogo dove non necessariamente fare ricerca o portare avanti lo studio, ma anche semplicemente portare avanti un ragionamento passando da un libro ad un documento e poi ancora ad una fotografia e così via, in una maniera quasi ipertestuale e fluida. Questo è un elemento rilassante che è diverso dal compiere una ricerca all’interno di una biblioteca, dove le tappe sono scandite dal metodo. Collezionare ed avere oggetti ha come origine antropologica un senso di sicurezza, perché il possesso dà sicurezza.

Recentemente hai organizzato una mostra a Firenze, a San Lorenzo, dal titolo “Natura collecta, natura exhibita”. Giusto?

È una mostra che in realtà è stata aperta oltre un anno fa, precisamente subito prima dello scoppio della Pandemia ed ha recentemente riaperto al pubblico. Tra l’altro affronta i temi di cui stiamo parlando adesso. È un percorso, una narrazione attraverso le opere del museo di storia naturale dell’Università di Firenze, che ha la caratteristica probabilmente unica al mondo, di possedere all’interno delle sue collezioni, dai tempi di Lorenzo il Magnifico fino ai nostri giorni, oggetti che documentano ogni tappa della storia del collezionismo naturalistico partendo dal collezionismo di reliquie per arrivare all’illuminismo (cioè il periodo in cui nascono i musei moderni) fino poi ai nostri gironi. È quindi una narrazione che attraverso circa 150 oggetti (che non sono i più importanti, i più straordinari), che sono una testimonianza di un percorso culturale ed antropologico, ma anche istituzionale per quanto riguarda il museo che ci porta a comprendere le origini e l’evolversi del collezionismo fino ai nostri giorni.

Concludiamo con una domanda che un pochino esula, ma a cui noi teniamo. Abbiamo iniziato da qualche mese con questa iniziativa culturale che è appunto “Il Talamo”.  Ci puoi dire cosa ne pensi?

Seguo “Il Talamo” con interesse e penso che sia un’ottima iniziativa culturale. Sono qui a parlarne molto volentieri. Mi fa piacere che si cerchino punti di contatto tra quelle che vengono definite le due culture. Credo però che la cultura sia unica e non penso ci sia bisogno di ponti tra culture, ma ci sia bisogno solo di comprendere che la cultura è unica e che le discipline sono diverse ed eventualmente i ponti tra discipline possono servire ad una visione culturale più ampia e più interdisciplinare.

Letture:

https://www.naturacollecta.unifi.it/

Fausto Barbagli

Siena, 1968. Dal 2013 è Presidente dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici (ANMS). Dal 2004 cura le
collezioni di ornitologia e l’archivio storico presso il Museo di Storia Naturale di Firenze alla sezione di Zoologia “La Specola”. Si occupa di Museologia, di Storia delle Scienze Naturali e di Zoologia con particolare riguardo all’ornitologia e ai temi di Sistematica e Tassonomia. In campo zoologico ha condotto ricerche di faunistica e tassonomia su vari gruppi con particolare riguardo per gli uccelli. È Coordinatore locale per la provincia di Arezzo dell’Atlante nazionale e regionale degli Uccelli nidificati e degli svernanti.

Ha redatto alcune voci del “Dizionario Biografico degli Italiani” su incarico dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani. In totale è autore di circa 180 pubblicazioni scientifiche.

È Fellow della Linnean Society of London e Accademico Ordinario dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena.

Autore

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

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Biografia

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

Fausto Barbagli

Siena, 1968. Dal 2013 è Presidente dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici (ANMS). Dal 2004 cura le
collezioni di ornitologia e l’archivio storico presso il Museo di Storia Naturale di Firenze alla sezione di Zoologia “La Specola”. Si occupa di Museologia, di Storia delle Scienze Naturali e di Zoologia con particolare riguardo all’ornitologia e ai temi di Sistematica e Tassonomia. In campo zoologico ha condotto ricerche di faunistica e tassonomia su vari gruppi con particolare riguardo per gli uccelli. È Coordinatore locale per la provincia di Arezzo dell’Atlante nazionale e regionale degli Uccelli nidificati e degli svernanti.

Ha redatto alcune voci del “Dizionario Biografico degli Italiani” su incarico dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani. In totale è autore di circa 180 pubblicazioni scientifiche.

È Fellow della Linnean Society of London e Accademico Ordinario dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena.