Essere e divenire: Piero della Francesca e Monet (1)
il trionfo dell’essere

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Essere e divenire: Piero della Francesca e Monet (1)
il trionfo dell’essere

Redazione

Essere e/o divenire, un dibattito ancora aperto che affonda le radici nel pensiero dell’antica Grecia, ad iniziare da Parmenide ed Eraclito. Carlo Martini analizza e descrive gli sviluppi moderni di questa aporia alla luce degli snodi epistemici forniti dalla scienza. Se ne trae un quadro molto interessante e denso di implicazioni. Ancora una volta arte e scienza si dimostrano entrambe foriere di risposte e conoscenza e la filosofia irrinunciabile mestiere degli uomini.

Qualche anno fa ho letto “PHI” un libro di Giulio Tononi straordinario ed originalissimo, un saggio neuroscientifico denso e complesso scritto con lo stile del romanzo. Un’opera da leggere e gustare più volte. Mi hanno particolarmente colpito le righe che qui riporto, in cui il protagonista Galileo Galilei incontra il pittore Poussin in un viaggio immaginifico all’interno del cervello:

"In quel preciso istante il pittore si volse verso di loro. "Non dobbiamo giudicare solo con i sensi, ma con la r-ragione" disse con una strana voce esitante. "È vero, la mano m-mi trema, ma non la mente; perché le cose conservano il proprio essere, non curanti degli accidenti. Su-su-supera le apparenze e contempla l'idea: il cono, il cilindro, la sfera". Fece una pausa e dopo aver ispirato disse: "Le p-più pure sono l'idea del bene e l'idea del vero. Soltanto che… soltanto che è troppo difficile dipingerle" aggiunse dopo una pausa. "Ben detto" intervenne Frick. "È esattamente quello che fanno molti dei sistemi neurali della corteccia cerebrale: imparano a prevedere ciò che nel mondo rimane costante, nonostante l'assalto continuo del cambiamento. Dipingono un quadro di come il mondo dovrebbe essere, proprio come lo dipingi tu, ignorando i dettagli mutevoli che i nostri sensi registrano senza sosta. Perciò nella nostra coscienza la forma del cono rimane identica, anche se quando la vediamo da angolature diverse le immagini che si formano nell'occhio cambiano. Così il colore di un frutto maturo resta immutato sotto la luce calda del tramonto o sotto quella fredda di un lampo, anche sa la luce riflessa dalla sua superficie cambia radicalmente. Non c'è dubbio" continuò Frick, "che la scena in cui viviamo è un'astrazione, l'esperienza una splendida illusione, dipinta da un abile maestro. La realtà sia pure un turbinio di cambiamenti superficiali e irrilevanti. Ma l'informazione è in ciò che rimane costante, profondo, universale. È questa l'informazione cui attinge la coscienza. Del resto, non è anche ciò che pure l'arte vuol cogliere?".
Poussin – I Pastori d’Arcadia (1640 circa)

Finito di leggere questa pagina, la mia mente pungolata da queste stuzzicanti parole, mi presentò come un contrappunto, l’esperienza della visita fatta pochissimi giorni prima al giardino di Giverny, dove il pittore Claude Monet passò lunghi anni a studiare e dipingere le sue ninfee e mi tornarono alla mente le parole che rivolse ad un giornalista:

Giverny – Casa di Monet

"Qui potete vedere tutti i motivi che ho trattato tra il 1905 e il 1914, ad eccezione delle mie impressioni di Venezia. Ho dipinto tante di queste ninfee, cambiando sempre punto di osservazione, modificandole a seconda delle stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non solo tanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi dall’essere l’intero spettacolo; in realtà sono soltanto il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante come per i brandelli di cielo che vi si riflettono conferendogli vita e movimento. La nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, tutte queste cose che l’occhio inesperto non nota, creano variazioni nel colore ed alterano la superficie dell’acqua: essa può essere liscia e non increspata e poi, improvvisamente, ecco un’ondulazione, un movimento che la infrange creando piccole onde quasi impercettibili, oppure sembra sgualcire lentamente la superficie conferendole l’aspetto di un grande telo di seta spruzzato d’acqua. Lo stesso accade ai colori, al passaggio della luce all’ombra, ai riflessi. Per ricavare qualcosa di questo continuo mutare bisogna avere cinque o sei tele sulle quali lavorare contemporaneamente e bisogna spostarsi dall’una all’altra tornando rapidamente alla prima non appena l’effetto interrotto riappare. É un lavoro veramente estenuante, ma quanto è seducente! Cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia, è già sufficientemente difficile quando il gioco di luce e colore si concentra su un punto fisso, la silhoutte di una città, un paesaggio immobile. Ma l’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, è un vero problema, un problema estremamente stimolante perché ogni momento che passa la fa diventare qualcosa di nuovo e inatteso. Un uomo può dedicare l’intera vita a un’opera simile; io l’ho fatto per otto o nove anni e poi ho smesso improvvisamente colto da un’inspiegabile angoscia”.
Claude Monet

Chi ha ragione? Ripeto nella mente i passaggi dei due testi che mi sono sembrati più significativi:

le cose conservano il proprio essere, non curanti degli accidenti. Supera le apparenze e contempla l’idea: il cono, il cilindro, la sfera. […] l’informazione è in ciò che rimane costante, profondo, universale

Solidi platonici

e “l’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, è un vero problema, […] perché ogni momento che passa la fa diventare qualcosa di nuovo e inatteso”.

Claude Monet – Marine

È evidente che soprattutto nella seconda parte del primo testo sopracitato, Tononi affronti il problema della percezione. Mi riservo di affrontare le riflessioni su questo cruciale tema in altri momenti, e mi concentro sulle prime parole di Poussin e mi domando: la realtà che ci circonda è più corrispondente all’essere, costante, profondo e universale o al divenire, sempre nuovo e inatteso? Lascio spazio alla mia riflessione. Continuo a domandarmi: è più aderente la prospettiva, tra gli altri, degli artisti neoplatonici come il mio amato Piero della Francesca, che anticipò di un secolo Poussin, o quella di Monet e gli impressionisti, che ruppero con la visione classica per spalancare le porte della modernità? Possono avere ragione entrambi?

Madonna del Parto – Piero della Francesca

Preso dai miei ragionamenti mi vedo davanti lo splendido affresco della Madonna del Parto di Monterchi, e mi soffermo sull’interpretazione che il Professor Thomas Martone propose al convegno Internazionale sull’arte di Piero della Francesca tenutosi proprio a Monterchi nel 1980. L’accademico suggerì che le figure rappresentate nell’affresco fossero disposte nello spazio in modo da seguire una particolare struttura geometrica: una sfera il cui centro corrispondeva al contenuto del ventre di Maria, Gesù, ed un dodecaedro perfettamente inscritto nella sfera.

Costruzione geometrica del Prof. Martone rivista dall’autore

Questa particolare struttura compositiva farebbe coincidere forma e contenuto ed avrebbe una lettura cosmologica. L’immagine dipinta è estremamente semplice: la Vergine con una mano poggiata sul ventre gravido è posta al centro di una tenda, aperta con un gesto plastico da due angeli ritratti in modo speculare.

Ventre della Madonna
Angelo di sinistra

Nel dipinto in sostanza si affronta il tema del rapporto fra creatura e Creatore, fra creato e Dio. La tenda rappresenterebbe Dio stesso che crea il Mondo, ed il Mondo, il creato, è rappresentato dalla sua primizia, Maria, che a sua volta sta generando la primizia delle primizie, Gesù, vero uomo e vero Dio. Simbolicamente la tenda definisce uno spazio cavo, sferico, che accoglie e contiene la scena. Le figure degli angeli e la Madonna disposti all’interno di questo spazio, costruiscono con la loro postura il dodecaedro. Il professor Martone riconduce la simbologia al Timeo di Platone, là dove il dodecaedro rappresenta l’Universo nella sua interezza, dato che è l’unico poliedro regolare nel quale sia possibile inscrivere, e quindi “contenere in sé” gli altri quattro solidi che Platone assegna ai quattro elementi di cui è fatto il mondo. Sottolinea che Piero sia venuto a conoscenza di questo tramite gli scritti di Euclide, e che il concetto di una forma che tiene in sé altre forme fosse stato espresso prima da Leon Battista Alberti. Per altro c’è da notare che l’interesse per lo studio delle proprietà geometriche di figure iscritte le une dentro le altre Piero della Francesca lo dimostra ampiamente nei suoi scritti tra cui una sezione del “Trattato d’abaco” ed il “Libellus de quinque corporibus regularibus”.

Particolare illustrazione dal “Libellus de quinque corporibus regularibus”

Tornando alla lettura simbolico-geometrica dell’affresco, è interessante sottolineare che il dodecaedro regolare platonico è una figura composta da 12 pentagoni regolari, figura piana quasi perfetta perché le sue diagonali si intersecano a formare segmenti in rapporto fra loro aureo, e nel suo complesso costituisce un solido la cui forma è l’approssimazione più vicina possibile alla sfera. Anche la sfera è riconducibile al Tomeo di Platone. Secondo Rudolf Wittkower, autorevolissimo storico dell’arte del secolo scorso, l’architetto rinascimentale Palladio, vissuto cento anni dopo Piero, riprende la sua idea di chiesa costruita sulla forma della sfera dalla cosmologia platonica. In particolare questa forma è perfetta per rappresentare l’Unità, l’infinita Essenza, l’Uniformità e quindi la Giustizia di Dio. In effetti il centro della sfera è equidistante da ogni suo punto, la sfera non ha inizio né fine, è perfettamente simmetrica in ogni sua parte, è nella sua perfezione sempre uguale a sé stessa. Tenendo conto di questa chiave di lettura a quale concetto ci rimanda il dodecaedro inscritto nella sfera? All’idea che Dio, Essere eterno, perfetto, giusto, ha creato il mondo sensibile a sua immagine. È evidente che il creato non può essere totalmente perfetto come il suo Creatore, ad eccezione del Figlio, che è Dio, ma è stato creato secondo una logica perfetta, razionale, esteticamente sublime. Allora intrinsecamente Piero invita a guardare il mondo con gli occhi del filosofo e del geometra per cogliere nell’approssimata perfezione della realtà che ci circonda, il volto e la logica di Dio. Ci pone davanti agli occhi, attraverso la sua opera, questo messaggio: il Creatore si manifesta attraverso il creato, ma si svela all’uomo che utilizza l’intelletto; esiste un’alleanza fra l’uomo, che si fa interprete e traduttore dell’ordine divino e dell’ordine naturale, e Dio, il legislatore razionale ed intellegibile, l’architetto sovrano che si lascia interpretare.

Dodecaedro inscritto in una sfera

A ben pensarci la sfera come analogia della Verità fu concepita per la prima volta dal filosofo Parmenide di Elea ben prima che Platone scrivesse il Timeo. Parmenide fu il primo a formalizzare il concetto di “Essere”, inaugurando di fatto l’ontologia.

Tra il pensiero di Parmenide e quello di Piero esistono a mio parere molte consonanze che credo siano utili da sottolineare per comprendere meglio la filosofia che sta dietro all’opera pierfrancescana. Parmenide fonda il suo pensiero su un ragionamento: di tutte le cose si può dire ciò che sono, (per esempio il mio cane è di piccola taglia) e da altri punti di vista sembra si possa dire ciò che non sono (il mio cane non è di razza). Ma su quest’ultimo tipo di affermazione il filosofo eleita si chiede: un ente come può non essere? E si risponde radicalmente: non può, il non essere non può venire né pensato né detto. Quindi da una parte c’è la verità dell’essere, il pensiero che lo pensa ed il linguaggio che esprime correttamente questo pensiero. Dall’altra c’è invece solo un linguaggio vuoto, che pretende erroneamente di dire anche il non essere, a cui non possono corrispondere nessun pensiero valido e nessuna realtà attendibile. La conclusione diretta di questa impostazione filosofica è che il mondo sensibile, e con esso il divenire che lo caratterizza, sono impensabili e indicibili in modo rigoroso, razionale e logico, dal momento che concepirebbero il non essere; ed in quanto impensabili ed indicibili sono intrinsecamente impossibili sul piano del sapere vero. Diventa evidente che Parmenide apra ad una visione dualista: da una parte il mondo dei fenomeni sensibili, il divenire, che i mortali illusoriamente descrivono attraverso un linguaggio ed un pensiero inconsistenti, dall’altra il mondo dell’essere, l’unico che può essere veracemente detto e pensato. L’essere, pertanto si presenta incorruttibile, omogeneo, immobile, fuori dal tempo, indivisibile e continuo, senza fine ma non infinito. Per dire tutto questo Parmenide appunto usa l’immagine di una sfera omogenea e perfettamente rotonda.

Appare chiaro come questa visione inauguri una stagione che durò per secoli e secoli, e come questo pensiero influenzò anche Platone, il suo concetto di ἰδέα (=idea) e da lì un’infinità di filosofi e teologi successivi, ma mi pare opportuno evidenziare che Parmenide abbia a mio parere confuso gli strumenti con i quali è necessario analizzare il mondo (la ragione, la logica, il pensiero astratto) con il mondo stesso. Questo appare chiaro da una sua frase: “è la stessa cosa pensare ed essere”.

Come è noto a lui si contrappose Eraclito, filosofo presocratico del quale sono giunti a noi pochissimi frammenti scritti, il più emblematico dei quali è “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va”, che gli meritò la fama come filosofo del divenire.

Detto ciò è dunque lecito chiedersi quali siano i punti di contatto del pensiero parmenideo e la visione del mondo del pittore biturgense così come si evince da una lettura critica della Madonna del Parto. In prima battuta la consonanza appare sul tipo di mezzi necessari a descrivere il mondo: per cogliere la Verità che soggiace alla realtà è necessario utilizzare la logica più pura, quella matematico-geometrica. Solo con tali mezzi ci possiamo accorgere che tutta la varietà di eventi che si osservano in natura, tutta la smisurata diversità che sembra caratterizzare il mondo, risponda ad una legge, una logica, definita, eterna ed immutabile come eterni ed immutabili sono le relazioni matematiche ed il concetto di numero. Ma d’altronde non potrebbe che essere così per Piero dal momento che tale logica è quella con cui il Padre Eterno ha creato il mondo, anzi è l’impronta di Dio stesso sul mondo. Tutto questo ci porta a concludere che la maggiore consonanza che emerge fra Piero della Francesca e Parmenide, è che il molteplice se filtrato con la lente dell’intelletto si riduce all’uno, che il divenire vagliato al setaccio della ragione si dimostri apparente, e che in realtà il mondo sia governato dall’essere.

A vent’anni dalla morte di Piero della Francesca il concittadino ed allievo Luca Pacioli pubblica il “De divina proporzione”. Non solo tale libro è un compendio perfetto di quanto fino a qui esposto ma esprime in modo esplicito il concetto centrale oggetto della nostra analisi: “Dio ha conferito l’essere all’intero cosmo tramite la quint’essenza, così il rapporto aureo è alla base dell’esistenza del dodecaedro, che ne dipende per la propria costruzione”.

Ritratto di Luca Pacioli – attribuito a Jacopo de’ Barberi

Ovviamente questa è una posizione filosofica, una posizione costruita attraverso lo studio degli antichi, come Platone, Euclide ed Archimede, ed animata dalla fede cristiana; è una visione prescientifica, una visione tuttavia così profondamente radicata nella cultura di quel tempo che a circa novant’anni di distanza dalla pubblicazione dell’opera di Pacioli il matematico ed astronomo tedesco Johannes Kepler diede alle stampe il trattatoMysterium Cosmographicumnel quale, tentò di rispondere alla domandadi quale strumento si era servito l’Onnipotente per progettare l’universo?”. La risposta fu ancora una volta la geometria ed il modello che propose, basandosi sulla teoria eliocentrica di Copernico, fu che le orbite dei pianeti avevano ragione di essere tali grazie alla loro corrispondenza con sfere circoscriventi i solidi platonici. Partendo dalla terra in cui al dodecaedro era circoscritta una sfera. Egli mette in ordine quei solidi per dimostrare che tutto discendeva dalla mente geometrica di Dio e precisò che le differenze tra le sfere e gli altri solidi riflettano la distinzione tra il creatore e le sue creature.

Schema del modello astronomico di Kepler

Data questa visione è da sottolineare tuttavia che nonostante la proposta di Kepler fosse ispirata alla cosmogonia platonica, e quindi risulti ai nostri occhi come un tentativo totalmente fantasioso, quest’opera costituì uno spartiacque, dal momento che il modello da lui prospettato si basava sull’insieme delle osservazioni fino ad allora compiute ma cosa ancora più rilevante, proprio in virtù di tali basi, era data la possibilità a chi lo avesse preso in considerazione, di fornire ulteriori osservazioni che lo potessero confutare.  Kepler fornì senza enunciarle, le basi del metodo scientifico che a breve Galileo formalizzò.

Arrivati a questo punto è utile fermarsi e sottolineare il punto centrale di quanto fino a qui detto.

Parmenide, Pitagora, Platone, Piero della Francesca, Pacioli, Poussin e Kepler condividono uno stesso punto di vista filosofico, anche se declinato in modo diverso a seconda del periodo storico e della cultura dominante. Questo si può così definire: le entità matematiche sono reali, eterne, immutabili ed esistono in una qualche realtà esterna alla realtà sensibile (Parmenide per esempio le chiamerà genericamente “Enti”, Pitagora “Numeri”, Platone “Idee”). Le relazioni che intercorrono fra queste entità sono sempre valide e sono tali perché seguono rigorosamente la logica, dalla quale per esempio scaturiranno i dieci postulati di Euclide. Il sistema formale derivato dall’applicazione degli enunciati logici costituisce la matematica, anch’essa in quanto frutto della logica vera per definizione, che Platone collocherà nel “Mondo delle idee” ed i cristiani Piero della Francesca, Pacioli e Keplero faranno coincidere con il “Pensiero di Dio”. La realtà sensibile è stata in qualche modo generata secondo questi principi, quindi la misura della realtà sensibile, letteralmente la geo-metria (=misura della terra), che scaturisce dall’esclusiva applicazione dei dieci assiomi euclidei, è il miglior modo per indagare la realtà fisica, perché in quanto generata dalle entità matematiche secondo la catena appena descritta, permette di individuare la verità ultima del mondo, quella immutabile e sempre valida (in una parola l’Essere), a partire dallo studio dei fenomeni molteplici e diversi della natura. Erano dunque tutti platonicamente convinti cheDio geometrizza sempre”, e si appoggiavano su una motivazione di tipo metafisico, per concludere che la Fisica fosse indagabile esclusivamente per via geometrica dato che, sottolineo ancora, la Geometria era l’applicazione diretta della Verità matematica Assoluta e Sussistente.

A suggello di questa prima parte della trattazione prendo ancora a prestito le chiare e sintetiche parole di Kepler: “le realtà matematiche sono causa di quelle fisiche in quanto Dio, dal principio dei tempi reca in sé come semplici e divine astrazioni gli oggetti matematici quali prototipi delle previste quantità materiali”.

LEtture:

  1. Convegno internazionale sulla Madonna del Parto – Monterchi 24 maggio 1980 – Edizione Biblioteca Comunale di Monterchi
  2. Rudolf Wittkover – Principi architettonici nell’età dell’umanesimo – Einaudi
  3. Emanuele Severino – La filosofia dai greci al nostro tempo – BUR 1996
  4. Ilya Prigogine, Isabelle Stengers – La nuova alleanza – Metamorfosi della scienza – Einaudi 1999
  5. Mario Livio – Dio è un matematico – La scoperta delle formule nascoste dell’universo – BUR 2009
  6. Mario Livio – La Sezione Aurea – Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni – BUR 2020
  7. Giulio Tononi – Phi. Un viaggio dal cervello all’anima – Codice Editore

Autore

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

1 Commmento

  • Veramente affascinante: un tema che accompagna il pensiero umano dai tempi dei primi filosofi greci e continua ancora oggi ad essere attuale.

Di Carlo Martini

Biografia

Carlo Martini

Arezzo, 1978. Appassionato di scienze cognitive e di arte.
Si è diplomato al Liceo Scientifico Francesco Redi di Arezzo nel 1997
Si è laureato in Farmacia presso l’Università degli Studi di Perugia
nel 2006 con una tesi sperimentale in chimica farmaceutica
Lavora in una farmacia di Arezzo occupandosi al suo interno anche di medicina integrata

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